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Mobbing: No grazie di Giovanna Piga

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Mobbing: No grazie
Storia vera di “ quasi” normale amministrazione
A cura di Giannina Piga
INTRODUZIONE
Quello che a breve andrete a leggere non è una favola tantomeno un romanzo ma semplicemente una
storia di vit...
1^ Parte
“ Un pugno nello stomaco”
Poteva sembrare una giornata come tante altre, autunnale soleggiata quando tutto è iniz...
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Mobbing: No grazie di Giovanna Piga

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Mobbing da parte del dirigente scolastico, la storia di un’insegnante che ha vinto

Quello che a breve andrete a leggere non è una favola tantomeno un romanzo ma semplicemente una storia di vita vissuta, dolorosa, molto comune (più di quanto non si pensi), complessa e ricca di cattiverie, così come solo la mente umana è capace di sviluppare. La voglio rendere pubblica per dare coraggio a chi può condividere o ha già condiviso questo percorso, per dire che il mobbing si può combattere, si può sconfiggere. Per farlo però è necessario avere fiducia e autostima; il mobizzato non ha problemi psicologici, è principalmente una vittima. Poiché la mente umana, attraverso la memoria compatta gli avvenimenti, ne cancella quelli poco piacevoli, è necessario per prima cosa prendere appunti, annotare tutto quello che accade, giorno per giorno, episodio con episodio, registrare gli orari in cui i fatti accadono e le persone presenti.

Esordisce così la professoressa Giovanna Piga nel suo racconto inviato alla redazione di “OggiScuola.it” in cui parla di un momento delicato della sua vita. Una storia fatta di mobbing da parte del dirigente scolastico, anni di bugie e calunnie che alla fine hanno visto trionfare l’insegnante in tribunale. Il Miur è stato condannato a risarcire la docente per il danno biologico subito. “Io – scrive la docente – ho pagato un prezzo alto: la serenità che per anni è venuta a mancare ma sono stata ripagata da tanta solidarietà che è vero non è arrivata dall’ufficio ma ciò che conta è il risultato”. Una storia fatta di ansie, dolori, tachicardia e visite dalla psichiatra, anni che hanno devastato l’insegnante che per raccontare la sua vittoria, ma soprattutto i suoi dolori, ha scelto di scrivere, mettere nero su bianco quelle sofferenze e condividerle.

tratto da: oggiscuola.com

Mobbing da parte del dirigente scolastico, la storia di un’insegnante che ha vinto

Quello che a breve andrete a leggere non è una favola tantomeno un romanzo ma semplicemente una storia di vita vissuta, dolorosa, molto comune (più di quanto non si pensi), complessa e ricca di cattiverie, così come solo la mente umana è capace di sviluppare. La voglio rendere pubblica per dare coraggio a chi può condividere o ha già condiviso questo percorso, per dire che il mobbing si può combattere, si può sconfiggere. Per farlo però è necessario avere fiducia e autostima; il mobizzato non ha problemi psicologici, è principalmente una vittima. Poiché la mente umana, attraverso la memoria compatta gli avvenimenti, ne cancella quelli poco piacevoli, è necessario per prima cosa prendere appunti, annotare tutto quello che accade, giorno per giorno, episodio con episodio, registrare gli orari in cui i fatti accadono e le persone presenti.

Esordisce così la professoressa Giovanna Piga nel suo racconto inviato alla redazione di “OggiScuola.it” in cui parla di un momento delicato della sua vita. Una storia fatta di mobbing da parte del dirigente scolastico, anni di bugie e calunnie che alla fine hanno visto trionfare l’insegnante in tribunale. Il Miur è stato condannato a risarcire la docente per il danno biologico subito. “Io – scrive la docente – ho pagato un prezzo alto: la serenità che per anni è venuta a mancare ma sono stata ripagata da tanta solidarietà che è vero non è arrivata dall’ufficio ma ciò che conta è il risultato”. Una storia fatta di ansie, dolori, tachicardia e visite dalla psichiatra, anni che hanno devastato l’insegnante che per raccontare la sua vittoria, ma soprattutto i suoi dolori, ha scelto di scrivere, mettere nero su bianco quelle sofferenze e condividerle.

tratto da: oggiscuola.com

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Mobbing: No grazie di Giovanna Piga

  1. 1. Mobbing: No grazie Storia vera di “ quasi” normale amministrazione A cura di Giannina Piga
  2. 2. INTRODUZIONE Quello che a breve andrete a leggere non è una favola tantomeno un romanzo ma semplicemente una storia di vita vissuta, dolorosa, molto comune (più di quanto non si pensi), complessa e ricca di cattiverie, così come solo la mente umana è capace di sviluppare. La voglio rendere pubblica per dare coraggio a chi può condividere o ha già condiviso questo percorso, per dire che il mobbing si può combattere, si può sconfiggere. Per farlo però è necessario avere fiducia e autostima; il mobizzato non ha problemi psicologici, è principalmente una vittima. Poiché la mente umana, attraverso la memoria compatta gli avvenimenti, ne cancella quelli poco piacevoli, è necessario per prima cosa prendere appunti, annotare tutto quello che accade, giorno per giorno, episodio con episodio, registrare gli orari in cui i fatti accadono e le persone presentii. Carta e penna quindi, capirete presto cosa voglio comunicarvi. Si comincia!!!!
  3. 3. 1^ Parte “ Un pugno nello stomaco” Poteva sembrare una giornata come tante altre, autunnale soleggiata quando tutto è iniziato. Al rientro in ufficio dopo un periodo di fisioterapia resosi necessario per curare i malanni alla schiena, saluto cordialmente le colleghe ma dal loro atteggiamento percepisco una strana aria. Si aspettava il mio rientro per una riunione con tutto il personale, convocata dal dirigente alla quale presenzia anche un ragazzo con funzioni non meglio definite, estraneo all’amministrazione, ma dire del Dirigente esperto di privacy nelle aziende… I toni della riunione appaiono subito minacciosi apparentemente verso tutti, ma con strane allusioni all’ufficio in cui lavoravo; non comprendo quasi nulla e chiedo a chi mi sedeva accanto se in mia assenza fosse accaduto qualcosa. Ma la risposta è stata: non so nulla… Dimenticavo di dire che all’interno dell’amministrazione svolgevo il ruolo di RSU, incarico che in quella circostanza mi faceva sentire come un pesce fuor d’acqua. Terminata la riunione, il capo ufficio mi chiama in disparte e mi notifica il mio immediato trasferimento ad altro settore, con mansioni delle quali al momento ignoravo persino l’esistenza. A tale comunicazione reagisco con stupore e smarrimento: il provvedimento, per me incomprensibile, mi allontanava dall’unica collega-amica; ho la netta sensazione che tutti fossero a conoscenza di quanto mi stava accadendo e appellandomi anche a delle indicazioni sindacali ben precise in materia di trasferimenti tra settori diversi e protesto vivamente, prima verbalmente poi per iscritto, ma invano. Sono costretta così a spostarmi in un settore, come già detto, sconosciuto, con normative da studiare, scadenze imminenti da rispettare senza che alcuno mi spiegasse il nuovo percorso lavorativo. La cosa più strana però la noto nel comportamento usato dalle colleghe d’ufficio, le quali evitano di avere con me qualsiasi tipo di rapporto, lavorativo o di conversazione. Aspetto con ansia la pausa caffè per riferire alla mia amica quanto stavo vivendo e le mie prime paure. Ogni mio spostamento, anche per recarmi al bagno, viene controllato dal mio dirigente. Ogni mia richiesta tesa a fare i rientri pomeridiani riceve un rifiuto, sia da lui che dal capo ufficio: il lavoro per me sta diventando un vero incubo. Non ho alcuna esperienza nel nuovo settore, le scadenze incombono e ogni errore (inevitabile) diventa oggetto di aspri rimproveri davanti ai colleghi. Persino le riunioni sindacali sono divenute momento di forti tensioni e di accuse più o meno velate. Comincio a essere seriamente preoccupata della situazione che si sta creando: la notte non riesco a dormire, e quando ci riesco i sogni sono incubi all’interno dei quali c’è il dirigente che urla e mi rimprovera. Con i miei familiari non parlo d’altro, insomma quello che mi sta accadendo nel luogo di lavoro diventa una vera e propria ossessione. La faccenda si fa seria: il medico di famiglia mi spedisce dritta al Cim (centro di igiene mentale) oggi CSM (centro di salute mentale): entro anch’io a far parte della grande famiglia che popola quell’ambulatorio. Non so come, o meglio lo so (fruga nel mio fascicolo personale), il dirigente scopre di queste mie visite specialistiche e un giorno mi chiede a bruciapelo come mai avessi necessità di tali specialisti. Balbetto la
  4. 4. prima cosa che mi viene in mente, quasi a giustificarmi di quei malesseri che da tempo accusavo e da quel giorno sposto gli appuntamenti al pomeriggio, e per anni continuerò così. Non mi vergognavo di nulla, ma non volevo che gli atri sapessero quanto mi stessi prendendo a cuore e risentissi delle vessazioni quotidiane che subivo. La notte ripassavo tutto ciò che dovevo fare il giorno dopo. Fu così che la tachicardia fece la sua comparsa e la mattina sembravo uno zombie: non vedevo l’ora di iniziare la giornata lavorativa per cercare di recuperare quello lasciato in sospeso il giorno prima, ma ogni volta che lui entrava in ufficio era come se qualcuno mi desse un pugno nello stomaco. Sentivo le gambe diventare molli, l’ansia diventava opprimente, mi venivano leggeri attacchi di panico. E come se non bastasse, anche l’intestino cominciò a crearmi problemi: insomma, al peggio si aggiungeva il peggio. A fatica arrivai alle ferie estive, ma neanche allora riuscì a rilassarmi. La mia amica stanca di questo clima lavorativo si trasferisce, e dio rimasi da sola, nella più cupa disperazione. La mia vita iniziò seriamente a cambiare e cerco associazioni che possano darmi una mano. Intanto in azienda si era sparsa la voce di questi trattamenti vessatori nei miei confronti ma nessuno o quasi ha il coraggio di parlarmi sul posto di lavoro. Un po di conforto e di forza lo trovo negli incontri col mio psichiatra, dai quali traggo la speranza che tutto questo finisca al più presto. Ma l’autostima è sotto i tacchi e sempre più depressa e chiusa in me stessa al lavoro non parlo più con nessuno. Il dirigente mi suggerisce un trasferimento di azienda, arriva persino ad offrirmi un viaggio aziendale in Cina: ho la sensazione che voglia in qualche modo comprarmi… e la cosa mi ricorda quello che diceva la minore dei miei figli da piccola: “Mamma puzza puzza puzza”, quando qualche odore sgradevole arrivava alle sue narici. Ma qui sentivo che la “puzza” era di bruciato… Dovevo reagire. Non sapevo ancora come, ma dovevo reagire. Trascorro le ferie tra timori e ansie e presto inizia un altro anno scolastico, con la situazione che rispetto a qualche mese prima peggiora ulteriormente. L’autostima non esiste più: sono sempre più depressa. Basta un nonnulla per scatenare le ire del dirigente nei miei confronti, il quale ha persino tentato di collocarmi in ferie d’ufficio nel periodo delle vacanze natalizie, durante il quale sarei dovuta rimanere da sola in ufficio. In tutto l’ambiente lavorativo si conosce la mia situazione, tuttavia la maggior parte delle persone pare abbia persino paura di scambiare con me un semplice saluto. Qualcuno mi telefona di pomeriggio a casa per mostrare la propria solidarietà, ma sono veramente pochi e si contano con le dita di una sola mano. Il tempo passa: sono trascorsi già due anni da quella ben nota riunione…
  5. 5. 2^ Parte “La prima fuga” Aprile 2009 – Terremoto in Abbruzzo. Quando si verificò il sisma in Abruzzo, nell’aprile del 2009, che danneggiò gravemente l’Aquila, vennero mobilitati migliaia di volontari per dare una mano. Tra questi anche io veni precettata in quanto volontaria di Croce Rossa Italiana. Senza pensarci due volte, seppur preoccupata per quanto ero stata chiamata a fare, preparai due valigie, lasciai a casa figli e compagno e partii con la convinzione che staccare la spina dal lavoro mi avrebbe concesso una pausa e forse le cose sarebbero persino migliorate. La stanchezza dei quindici giorni trascorsi nella cucina del campo non era nulla rispetto alla felicità che provavo non solo nel rendermi utile col mio volontariato, ma soprattutto perché mi consentiva di scappare da un ambiente di lavoro che ormai non sentivo più mio, che dava solo sofferenza. L’allontanamento mi serviva per non impazzire. Nel successivo mese di agosto vengo richiamata in missione, biglietto aereo fatto, bagaglio pronto felicità immensa. Purtroppo tutto si interrompe il giorno prima della partenza a causa di un veto che il dirigente pone, asserendo urgenza in ufficio: mi crolla tutto. Non solo non parto, ma in ufficio mi trovo da sola per una ventina di giorni perché, stranamente, tutti i colleghi vanno in ferie contemporaneamente. Mi sembra un complotto complessivo, una strategia che peggiora la situazione e mi fa vedere solo neroo. Il clima è tesissimo. Le vessazioni sono pane quotidiano, ormai non dormo quasi più. Soltanto con i farmaci riesco in qualche modo a tenere a bada insonnia e tachicardia. Seguo il consiglio del medico e decido di denunciare in Procura il Dirigente per diffamazione e calunnie e soprattutto la situazione che orami si era venuta a creare- Vengo chiamata in caserma per deporre la mia versione dei fatti e successivamente vengono ascoltate le testimonianze delle diverse persone che in qualche modo avevano partecipato, più o meno attivamente, agli eventi che si stavano verificando da tre anni. Potete immaginare l’ira del dirigente, il quale, venuto a conoscenza di tale affronto, rincarò le sue vessazioni: venivo seguita in ogni mio spostamento all’interno dello stabile, controllata persino su quante volte mi recassi al bagno, costretta a timbrare il cartellino persino per recarmi al bar interno all’edificio; mi convocava continuamente nel suo ufficio, dove, alla presenza del capo ufficio o altro personale mi rimproverava aspramente per delle sciocchezze. Mi minacciava perfino di licenziamento e mi invitava, molto caldamente, a chiedere trasferimento.
  6. 6. 2^ Parte “Voglio fuggire” Il tempo scorre velocemente. Da quella riunione sono passati oltre due anni. Le vessazioni sono diventate di ordinaria amministrazione e ad esse si aggiungono bugie e calunnie nei miei confronti. Vengo chiamata a svolgere attività di assistenza in Abruzzo per il sisma del 2009 in quanto volontaria di Croce Rossa Italiana. Apprendo la notizia e la prendo come una sorta di liberazione e decido di partire anche contro il parere dei miei cari. Durante il periodo di missione, nonostante la fatica fisica e lo stress causato dalle continue scosse di terremoto, mi rendo conto che “voglio fuggire” da quello che per anni è stato il mio amato lavoro e che ora era diventato il mio inferno. Ormai allo stremo e consigliata dalle autorità giudiziarie mi fornisco di un piccolo registratore, un piccolo mezzo messomi a disposizione dalla tecnologia, che mi ha consentito di sentirmi quasi protetta perché mi consentiva di provare che non ero impazzita e che quello da me riferito era tutto vero. Disperatamente vero. La denuncia penale non sortisce però gli effetti desiderati, un po’ per cavilli burocratici un po’ quanto da me dichiarato era lontano dal Mobbing. Nella mia mente cala il buio più totale. Allora decido di sfruttare la mia insonnia e di inseguire un vecchio sogno: terminare gli studi universitari. Mi butto anima e cuore nello studio sfruttando anche i permessi previsti che mi vengono concessi (naturalmente il dirigente non approva e sbraita contro ogni assenza che faccio ). Per me è un grosso impegno, ma allo stesso tempo un toccasana. Ogni esame che supero è una vittoria che mi carica psicologicamente e mi aiuta a ritrovare fiducia in me stessa: insomma, valgo qualcosa. Cinque anni dopo mi laureo in scienze politiche nella quasi totale indifferenza delle mie colleghe…
  7. 7. 3^ Parte “Reazione e sopravvivenza” Archiviata la denuncia penale, sostenuta dal medico del CSM (divenuto per me un angelo custode) procedo con la denuncia civile per Mobbing. Cerco Associazioni che possano ascoltarmi e consigliarmi, ma l'argomento spaventa, e nessuno è formato per affrontare una problematica che ormai sta facendosi largo nei luoghi di lavoro. Un caro amico, mi mette in contatto con uno psicologo, il quale, dopo avermi sottoposto ad una serie innumerevole di test, mi dà una flebile speranza e mi consiglia di andare avanti. Ho bisogno a questo punto di individuare una struttura pubblica che tratti medicina del lavoro. La trovo a Pisa : Ospedali riuniti medicina del Lavoro. Chiedo alcuni giorni di ferie e con un amico, Giovanni, affronto i tre giorni di colloqui e test con molta speranza e tranquillità. Il loro referto arriva dopo due mesi di attesa "stress correlato da lavoro"... Con questo certificato in mano potevo andare avanti nel mio percorso. È la volta della Commissione medica di verifica, la quale, pur con un trattamento non proprio di riguardo, mi riconosce la patologia. In tutto questo il dirigente inizia a spendere le sue carte , naturalmente tutte contro di me, ma ormai mi sento come un carroarmato e vado avanti senza preoccuparmi più di quel che i colleghi pensano e dicono. Ovviamente in ufficio stavo sola... Il tentativo obbligatorio di conciliazione non va a buon fine e questo irrita ulteriormente il dirigente. In ufficio mi viene vietato l'accesso in orario pomeridiano o comunque non posso stare da sola in ufficio;ad alcuni ambienti vengono cambiate anche le serrature. I carabinieri chiedono documenti e vengono in Istituto a prelevarli. Le colleghe mi guardano schifate e si schierano col capo, qualcuna mi toglie persino il saluto... Vado avanti, imperterrita, impaurita e quasi insensibile, a volte anche scambiata per stupida, ma in tasca ho il prezioso registratore che si rivelerà preziosissimo per dimostrare che non mentivo, che non esageravo nelle descrizioni dei fatti. Duplico le registrazioni in più copie per paura che, come accaduto nel caso del penale, il cd "si perda"... Come avviene la notte prima degli esami, quella in cui ci sarebbe stata la prima udienza, non ho chiuso occhio. Davanti al Giudice del Lavoro, sono terrorizzata. Ore 10, aula abbastanza affollata, incontro qualcuno di mia conoscenza... prende posto negli spazi riservati agli avvocati e mostrando dimestichezza con l'ambiente colloquia con chi gli sta accanto. Muoio dalla paura. Arriva il momento della convocazione dei legali, io con il mio lui con i suoi e in aggiunta l'Avvocatura dello Stato. Questo fa scaturire un difetto di procedura e il giudice rimanda l'udienza di un anno... lui è una furia. Si attacca paonazzo al cellulare e parla... parla... Un anno, mi pare un'eternità per una cosa che i legali potevano prevedere. Non vedo l'ora di tornare a casa e abbandonare quell'aula. I giorni a seguire sono alquanto depressa.. L a tensione in ufficio sale alle stelle: ho bisogno del mio "angelo custode", solo lui infatti riesce a tranquillizzarmi. Mi concentro sugli studi e l’anno alla fine trascorre relativamente in fretta. Siamo nuovamente di fronte al giudice e, purtroppo, lo scenario è identico a quello dell’anno precedente. Il Giudice a questo punto estromette il dirigente dal giudizio e la partita è tra me ed il Ministero, in quanto datore di lavoro.
  8. 8. Attimi interminabili di silenzio, io non ho afferrato bene cosa stesse accadendo. Il mio legale esulta, il dirigente è contretto assieme ai suoi legali a lasciare l'aula. Le parti sono invitate a ripresentarsi dopo otto mesi. Vengono ammesse le testimonianze proposte e accolte le prove di tipo meccanico… E' già una vittoria. A settembre il dirigente viene assegnato ad altra sede e per me è un vero sollievo non vederlo più e soprattutto non sentirlo. A casa riordino le carte che mi possono servire per l'udienza: ho paura di dimenticare appunti preziosi perché a febbraio devono deporre i miei testimoni, e non posso fare errori neanche nella scelta. Arriva il gran giorno, ma io sono a pezzi. Mi trovo di fronte un altro giudice che, pur dall'aspetto severo, mi ispira subito una gran fiducia. Con grande sorpresa di tutti fa il suo ingresso in aula il dirigente che con i suoi soliti modi insiste per farsi ascoltare e a nulla valgono le osservazioni del Giudice a farlo desistere. La sua deposizione sarà invece utilissima per far capire la sua vera natura e paradossalmente contribuisce a smontare dichiarazioni di altri, per certi versi non veritiere, ma soprattutto serve a far conoscere la sua indolenza e prepotenza, che in alcune occasioni sortirà l'ilarità dei presenti, accostata da qualcuno ai film di Totò e De Filippo... Egli ha una grossa cartella piena di carte che insiste a voler tirar fuori, cercando di convincere chi aveva davanti che la vera vittima era lui: riepiloga gli anni lavorativi trascorsi con la sottoscritta, descrivendo i miei comportamenti come bizzarri e strani... Mi sento veramente offesa da tale sfrontatezza. Al termine di quella udienza arrivo a casa veramente esausta e cerco di prepararmi psicologicamente alla giornata successiva, nella quale avrebbero deposto i testimoni della controparte. Naturalmente sfilano tutti i miei colleghi, i quali in ufficio si erano ben guardati dal dirmi che erano stati chiamati a testimoniare, come se io non fossi stata al corrente di quanto sarebbe accaduto. Sono stata al loro gioco e il loro imbarazzo quando mi hanno trovato in aula è stato palese, ancora di più quando hanno capito che avrei assistito a tutte le loro dichiarazioni. Ho impressa nella mente ogni loro affermazione, ogni loro silenzio, e persino qualche bugia che ovviamente non è sfuggita al Giudice; in certi momenti ho provato vergogna al loro posto: non erano neppure stati capaci di concordare quanto volessero dire. In qell'aula è emersa tutta la rabbia ed il veleno da parte di qualcuno di loro nei miei confronti; mi sentivo comunque più leggera: non ero pazza e la verità pian piano veniva fuori.
  9. 9. Parte 4^ “ Mamma abbiamo vinto!” Si avvicina il giorno della sentenza, naturalmente sono in piena crisi d'ansia e gli incubi notturni si susseguono. Il dirigente è un chiodo fisso che mi tormenta. Lo nomino in continuazione. Leggo e rileggo con ossessione tutti i verbali.; I miei colleghi ignorano che ho in mano tutte le loro deposizioni, ciò nonostante qualcuno per giorni si mostra offeso e mi rivolge a malapena il saluto. Avrei voluto urlare che l'offesa ero io, che da anni ero in terapia anche grazie al loro comportamento, che la mia vita era radicalmente cambiata, che ero piena di paure e di insicurezze, che avevo perso la mia autostima, ma tacqui. Il giorno della sentenza mi rifiuto perfino di andare in tribunale. Forse per paura di un verdetto poco soddisfacente, e delego mia figlia Carla, che in quel periodo sta svolgendo il praticantato in uno studio legale, ad andarci al posto mio. Mi reco in ufficio come se nulla stesse accadendo, ma in realtà da molto tempo sono ormai poco reattiva alla faccenda: mi sento come se la cosa non la vivessi in prima persona. Verso la metà della mattinata arriva il messaggio di Carla, contiene solo tre parole: “Mamma abbiamo vinto!” Leggo e rileggo decine di volte, cerco il mio compagno per comunicargli la notizia,qualcuno forse avrebbe anche pianto dalla gioia ma io, come al solito, non lascio trapelare alcuna emozione. A casa sono tutti felicissimi, così pure i pochi amici rimastimi accanto in tutti questi anni. Io mi sento una pietra. Sono diventata questo: dura come una pietra! La sentenza è provvisoria per quanto riguarda il risarcimento, ma nel merito è definitiva. Il dirigente viene riconosciuto autore di Mobbing, e questo tipo di reato viene riconosciuto per la prima volta nel mondo della scuola. Trascorsi i novanta giorni e visto che il Ministero non aveva appellato, consegno la sentenza alla stampa locale che ne fa una notiziona anche con locandina annessa. Il dirigente si offende persino col giornalista... Si deve ora attendere la perizia del CTU nominato dal Giudice, che si deve esprimere sulla quantificazione del danno biologico per il risarcimento dovutomi. A questo punto inizia una nuova odissea: il medico legale mi sottopone a perizia nel mese di luglio del 2014 e a ottobre non ha ancora depositato nulla. Preoccupata assillo il mio legale, il quale dopo essersi informato dice che il ritardo era dovuto a un disguido: aveva smarrito le carte che mi riguardavano. Devo recarmi a Cagliari a portare copie di tutte le carte (carte che avevo gìa archiviato e che non avrei più voluto leggere). Si fissa nuova udienza ad Aprile 2015, ma qui il perito non si presenta. Sono una furia! Comincio a pensare che qualcosa di strano stia accadendo. Il Giudice fissa una nuova udienza a Ottobre e nomina un nuovo CTU. Sono completamente a terra. Febbraio 2016, nuova perizia con CTU, che affronto con molta paura. Il colloquio, nonostante tutto, mi tranquillizza, anche perché sono assistita da un medico legale di fiducia che riesce a trasmettermi molta serenità. Vengo indirizzata da una Psichiatra di Sassari per ulteriore consulto. 28 Giugno 2016, finalmente il CTU invia relazione al Giudice : mi viene riconosciuta un'invalidità del 10% A luglio del 2016 altra convocazione del Giudice, sono convinta che la questione si definisce; purtroppo non è così devo ancora aspettare è tutto rimandato al 12 Aprile 2017. Mi innervosisco non poco e lo stesso Giudice mi invita ad avere pazienza e aggiunge “ di lei non potrò dimenticarmi, la signora dai
  10. 10. capelli rossi” ( frase infelice dell’autore del mobbing circa la sua curiosità del colore rosso in altra parte anatomica)….. Parte 5^ “ Il traguardo è vicino “ Torno a casa molto abbattuta, altri 9 mesi di attesa; i dubbi mi martellano per alcuni giorni : e se ancora non finisce? Ma il tempo corre veloce, vado per due volte a Camerino ad assistere le vittime di un ennesimo sisma, l’inverno da noi si presente abbastanza mite quindi anche l’umore non è poi così male; in ufficio qualcosa è cambiata, vengo riapprezzata per i lavori che svolgo, vengo interpellata in qualità di RLS per ogni evento accada in Istituto, insomma riprendo ad avere fiducia in me stessa. Il giorno tanto atteso arriva, una mattina insolitamente calda mi accompagna in viaggio. Non vado sola perché ho timore che mi sfugga qualche passaggio o frase in aula udienze. Il tutto si svolge nell’arco di dieci minuti: Il MIUR viene condannato al risarcimento del danno biologico e di tutte le spese processuali. Non muovo un muscolo anzi sembro quasi infastidita di quell’ambiente che per tante volte mi ha visto in prima linea, combattiva e ottimista. Solo dopo essere arrivata a casa assaporo lentamente il piacere della vittoria, chiamo la stampa e faccio le mie dichiarazioni di soddisfazione e vittoria. Qualcuno , non perde occasione per ribadire che non è esattamente così che la mia non è una vittoria e che soprattutto la sua non è una sconfitta…..che non pagherà nulla.---- Io ho pagato un prezzo alto : la serenità che per anni è venuta a mancare ma sono stata ripagata da tanta solidarietà che è vero non è arrivata dall’ufficio ma ciò che conta è il risultato. Amici e non,che leggete, lascio a voi le ultime considerazioni sulla vicenda con una forte raccomandazione: denunciate , fatevi aiutare e non mollate mai.

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