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Tecnologie di libertà

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Facoltà di Lettere e Filosofia - Facoltà di Scienze politiche -
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Sentivo una canzone, non era mia, né di nessuna.
     La trama così sottile che non vedevi la cucitura.
  Son brividi di r...
ENGLISH ABSTRACT .......................................................................... 2
PREMESSA ......................
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“Tecnologie di libertà” è una frase colta nel testo di Manuel Castells “Comunicazione e potere” e sono intese quale “base materiale e culturale dei movimenti nella loro battaglia contro la globalizzazione capitalista” e contro il conseguente allontanamento dei luoghi decisionali in sedi sempre più distanti dalle istanze democratiche.

Partendo da questa affermazione, al fine di verificarne la veridicità, la presente tesi ha voluto dapprima sviluppare un approccio teorico che consentisse di raffrontare il pensiero di alcuni tra i più importanti studiosi delle ripercussioni del digitale sulla nostra società e, successivamente, verificarne la rispondenza nei sconvolgimenti politici che hanno caratterizzato l’anno 2011, appena trascorso.

Cercando di non cadere nel determinismo, ci si è resi conto che molte delle teorie di autori quali Bauman, Castells, John Friedmann, Hardt e Negri, Latouche, Mezza, Rheingold, Sassen, ed altri, potevano concorrere alla definizione di un unico quadro teorico nel quale il digitale, ed in particolar modo il web 2.0, stia effettivamente contribuendo alla creazione di un “uomo nuovo”: oggi, come nel Rinascimento, non ci si accontenta più di salire sulle spalle dei giganti del XIX-XX secolo, ma si pretende di essere parti attive nei processi sociali, economici e politici che ci coinvolgono.

Al di là dello scontato effetto di “amplificazione dell’informazione” che internet indubbiamente possiede, si sono evidenziati tre cambiamenti che stanno caratterizzando le persone che stanno mettendo in discussione gli attuali assetti del potere e ad ogni cambiamento è stata associato un preciso metodo di fruizione sociale del digitale:
· Disintermediazione: Presa di coscienza dei fallimenti del secolo breve; Acquisizione di nuovo senso di responsabilità;
· User generated content: Analisi e costruzione condivisa di una alternativa; è la produzione di “nuovo senso”;
· Adhocracy: L’azione, la tendenza a formare gruppi spontanei in rete, su obiettivi anche minimi, ma che nel corso del 2011 ha assunto caratteristiche molto più politiche.

Anche utilizzando il parallelismo tra i movimenti del Social Forum del 2001 e quelli del 2011, si è provveduto a vedere se quanto proposto teoricamente si sia poi effettivamente verificato nelle proteste delle primavere arabe, degli indignados, di Occupy wall street. Per farlo sono stati utilizzati i commenti che giornalisti, scrittori e blogger hanno prodotto per stampa e rete.

La conclusione della tesi è che le dinamiche con le quali i protesters del 2011 sono scesi nelle piazze del mondo arabo e occidentale non sono rintracciabili nelle manifestazioni di protesta degli anni precedenti, eccezion fatta per il primo periodo del social forum 2011, quello caratterizzato dallo “Spirito di Genova”: l’orizzontalità delle decisioni prese sia al momento della nascita che nella gestione dei movimenti rimanda ai tre momenti sopra descritti.

“Tecnologie di libertà” è una frase colta nel testo di Manuel Castells “Comunicazione e potere” e sono intese quale “base materiale e culturale dei movimenti nella loro battaglia contro la globalizzazione capitalista” e contro il conseguente allontanamento dei luoghi decisionali in sedi sempre più distanti dalle istanze democratiche.

Partendo da questa affermazione, al fine di verificarne la veridicità, la presente tesi ha voluto dapprima sviluppare un approccio teorico che consentisse di raffrontare il pensiero di alcuni tra i più importanti studiosi delle ripercussioni del digitale sulla nostra società e, successivamente, verificarne la rispondenza nei sconvolgimenti politici che hanno caratterizzato l’anno 2011, appena trascorso.

Cercando di non cadere nel determinismo, ci si è resi conto che molte delle teorie di autori quali Bauman, Castells, John Friedmann, Hardt e Negri, Latouche, Mezza, Rheingold, Sassen, ed altri, potevano concorrere alla definizione di un unico quadro teorico nel quale il digitale, ed in particolar modo il web 2.0, stia effettivamente contribuendo alla creazione di un “uomo nuovo”: oggi, come nel Rinascimento, non ci si accontenta più di salire sulle spalle dei giganti del XIX-XX secolo, ma si pretende di essere parti attive nei processi sociali, economici e politici che ci coinvolgono.

Al di là dello scontato effetto di “amplificazione dell’informazione” che internet indubbiamente possiede, si sono evidenziati tre cambiamenti che stanno caratterizzando le persone che stanno mettendo in discussione gli attuali assetti del potere e ad ogni cambiamento è stata associato un preciso metodo di fruizione sociale del digitale:
· Disintermediazione: Presa di coscienza dei fallimenti del secolo breve; Acquisizione di nuovo senso di responsabilità;
· User generated content: Analisi e costruzione condivisa di una alternativa; è la produzione di “nuovo senso”;
· Adhocracy: L’azione, la tendenza a formare gruppi spontanei in rete, su obiettivi anche minimi, ma che nel corso del 2011 ha assunto caratteristiche molto più politiche.

Anche utilizzando il parallelismo tra i movimenti del Social Forum del 2001 e quelli del 2011, si è provveduto a vedere se quanto proposto teoricamente si sia poi effettivamente verificato nelle proteste delle primavere arabe, degli indignados, di Occupy wall street. Per farlo sono stati utilizzati i commenti che giornalisti, scrittori e blogger hanno prodotto per stampa e rete.

La conclusione della tesi è che le dinamiche con le quali i protesters del 2011 sono scesi nelle piazze del mondo arabo e occidentale non sono rintracciabili nelle manifestazioni di protesta degli anni precedenti, eccezion fatta per il primo periodo del social forum 2011, quello caratterizzato dallo “Spirito di Genova”: l’orizzontalità delle decisioni prese sia al momento della nascita che nella gestione dei movimenti rimanda ai tre momenti sopra descritti.

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Tecnologie di libertà

  1. 1. Università degli Studi di Perugia Facoltà di Lettere e Filosofia - Facoltà di Scienze politiche - Facoltà di Economia Corso di Laurea interfacoltà in Scienze della Comunicazione di Massa Elaborato Finale Tecnologie di libertà Technologies for freedom LAUREANDO RELATORE Giovanni Ferretti prof. Michele Mezza fwafe@tin.it Anno accademico 2010-2011
  2. 2. Sentivo una canzone, non era mia, né di nessuna. La trama così sottile che non vedevi la cucitura. Son brividi di ragnatela sul volto pallido della luna, son brividi lungo la schiena, sotto le reti della calura. dalla canzone “La fiera della Maddalena” di Max Manfredi qui dedicata ai ragazzi delle piazze dell’estate 2011 a Carlo, fermato in un’altra piazza, dieci anni fa ed a Tom Behan, che quei brividi studiava
  3. 3. ENGLISH ABSTRACT .......................................................................... 2 PREMESSA ...................................................................................................... 4 I. OBBIETTIVO DELLA TESI ......................................................................................... 4 II. TECNOLOGIE DI LIBERTÀ.. DA COSA?...................................................................... 4 III. IL POTERE ............................................................................................................ 5 IV. IL MESSAGGIO E LA BOTTIGLIA ............................................................................. 6 CAP. 1 - YES, WE CHANGE.......................................................... 8 1.1 DIGITAL NATIVE ANTHROPOLOGY ......................................................................... 8 1.2 DISINTERMEDIAZIONE E RICONOSCIMENTO.......................................................... 10 1.3 DISINTERMEDIAZIONE E COMUNICAZIONE ........................................................... 13 1.4 DISINTERMEDIAZIONE E MONDO DEL LAVORO ..................................................... 14 1.5 MA CHE SUCCEDE IN CITTÀ? ............................................................................... 17 1.6 LONG TAILS VS POP ECONOMY ............................................................................ 18 CAP. 2 - IL POTERE NELLO SPAZIO DEI FLUSSI ................................................................................................................................... 23 2.1 ARACNOPOTERE ................................................................................................. 23 2.2 LA COSTRUZIONE DEL SIGNIFICATO ..................................................................... 26 2.3 LE MOLTITUDINI................................................................................................. 29 2.4 ADHOCRACY E SOCIAL LONG TAIL ..................................................................... 33 CAP. 3 - LE PIAZZE DEL 2011 ................................................. 36 3.1 IL PANOPTICON ROVESCIATO: DA SEATTLE A GENOVA......................................... 36 3.2 L’INDIGNAZIONE: IL GRADO ZERO DI SPINOZA.................................................... 39 3.3 KIFAYA.............................................................................................................. 41 3.4 LEGAMI DEBOLI. ................................................................................................ 43 3.5 TWEETNADWA. .................................................................................................. 46 3.6 L’OCCIDENTE, TRA ISLANDA E SINGLES............................................................... 50 CAP. 4 - CONCLUSIONI ............................................................... 55 4.1 LE SALE DEI BOTTONI. ........................................................................................ 55 4.2 ORIZZONTALI E DESIDERANTI. ............................................................................ 56 4.3 IL CARRO ED I BUOI............................................................................................. 58 4.4 TECNOLOGIE DI LIBERTÀ. ................................................................................... 61 BIBLIOGRAFIA ........................................................................................ 64 SITOGRAFIA ............................................................................................... 65 CLOUD .............................................................................................................. 67
  4. 4. English abstract "Technologies for Freedom" is a sentence in Manuel Castells’ "Communication and power"; they are intended as a "material basis and cultural movements in their struggle against capitalist globalization", and against the consequent displacement of decision-making places from democratic instances. In order to confirm the validity of this statement, this thesis initially wanted to develop a theoretical approach that would allow to compare the thought of some of the most important experts in the impact of digital technology on our society and, later, to verify its compliance in political upheaval that characterized the year 2011. Trying not to be determinist, we have realized that many of the theories of authors like Bauman, Castells, John Friedmann, Hardt and Negri, Latouche, Mezza, Rheingold, Sassen, and others, could contribute to the definition of a single theoretical framework in which the digital, and particularly the Web 2.0, is actually helping to create a new man: today, as in italian Rinascimento, is no longer sufficient to stand on the nineteenth-twentieth century giants’ shoulders, but people claim to be an active participant in social, economic and political choices. Beyond the obvious effect of "amplification of informations", there was evidence that three changes are characterizing people who are questioning the current arrangements of power, and any change has been associated with a precise method in digital social use: · Disintermediation: Awareness of the failures of the short century and acquisition of new sense of responsibility; · User-generated content: Analysis and construction of a shared alternative; it consists in the production of new meaning; · Adhocracy: The action, the tendency to form spontaneous groups in the network, also chasing minimum goals; fact that in 2011 took a lot more political characteristics. Even using the parallelism between the movements of the 2001 Social Forum and those of 2011, steps were taken to see if what is proposed is theoretically then actually occurred in the Arab Springs protests, in the indignados and Occupy Wall Street 2
  5. 5. movements. To verify this statement has been used the comments that journalists, writers and bloggers produced for networks and web. The conclusion of the thesis is that the dynamics that made the 2011’s protesters occupy the squares of Arab and Western worlds are not detectable in the protests of previous years, except for the first period of the 2001 Social Forum, characterized by spirit of Genoa: the horizontality of the decisions taken both at birth and in the management of movements, refer to the three steps described above. 3
  6. 6. Premessa Sommario: I. Obbiettivo della tesi. - II. Tecnologie di libertà.. da cosa? - III. Il potere. - IV. Il messaggio e la bottiglia. I. Obbiettivo della tesi Obbiettivo di questa tesi vuol essere quello di delineare il contesto in cui si sono mosse e si muovono le tecnologie digitali nell’ultimo ventennio e di come queste lo abbiano o meno influenzato; una lunga stringa scritta in codice binario che percorre la nostra storia e cultura contemporanea: crollo del muro di Berlino, il capitalismo come unica ed ultima frontiera, capitalismo emozionale e finanziario, le influenze digitali nel radicamento e/o nell’eradicamento del liberismo, nel cambiamento sociale, nel lavoro, nell’informazione, nella nascita e sviluppo dei movimenti; sarà nella parte conclusiva dell’elaborato che si proporranno alcune riflessioni su qualche recentissimo evento politico e sociale. II. Tecnologie di libertà.. da cosa? Nella sua opera più importante, Comunicazione e potere, Manuel Castells parla di “promessa di reti autogestite rese possibili da tecnologie di libertà” (CASTELLS, pag. 440) quale base materiale e culturale dei movimenti nella loro battaglia contro la globalizzazione capitalista. Intendiamoci: la formulazione utilizzata dallo studioso castigliano è di tipo sociologico, quasi giornalistico: è la presa d’atto di un sentire comune che pervade i movimenti anti/alter/no global. Castells non è certo il primo: non c’è articolo di giornale o servizio televisivo che non accosti internet o, meglio, web a libertà; questo sentire comune, questo immaginario collettivo, si ferma, di norma, di fronte alla specificazione di questo sostantivo, sottintendendo con questo termine tutta una serie di predicati di volta in volta diversi. Proprio per questo motivo, non solo per onestà intellettuale ma per meglio definire l’ambito di questa tesi, mi sento in dovere di puntualizzare che ogni qualvolta parlerò di libertà, lo farò nel senso proprio dei movimenti citati da Castells. 4
  7. 7. Conscio di essere di parte, di gettare sul piatto presupposti ideologici, così facendo spero di sgombrare il campo da quelle ambiguità che una vaga definizione di potere potrebbe comportare: libertà dal potere, ma da quale potere? Dare un volto e un nome alla cappa di piombo che pare attanagli, soprattutto in questi ultimi dieci anni, il mondo intero, è, a mio avviso, indispensabile per comprendere i meccanismi che governano sia le reti materiali che virtuali, sia i tentativi di utilizzo social che di privatizzazione (normalizzazione, censura?) del web. Si potrebbe anche fare di più, decidere con chi parteggiare nella diatriba tra chi vede la globalizzazione liberista quale degenerazione del capitalismo e chi, invece, come una sua ineluttabile conseguenza; la cosa, ovviamente, non è banale né scevra di conseguenze sull’analisi qui proposta: capitalismo riformabile oppure no, tanto per cominciare. Rendendomi conto che discorrere di quanto sopra porterebbe ad enucleare argomentazioni non propriamente attribuibili all’ambito scelto per questa trattazione, sempre in nome della ricerca della trasparenza e linearità necessarie, mi limiterò ad indicare il mio modo di vedere, l’oppure no, rimandando alla pungente definizione di globalizzazione, esposta dall’economista Frédéric Lordon, nell’articolo pubblicato recentemente su Le Monde diplomatique: “la concorrenza non falsata tra economie a standard salariali abissalmente differenti.. la delocalizzazione, il vincolo finanziario che esige redditività senza limiti.. tale da comportare una compressione costante dei redditi salariali.. la presa in ostaggio dei poteri pubblici.. l’esproprio imposto ai cittadini di qualsiasi influenza sulla politica economica.. l’affidamento della politica monetaria a una istituzione indipendente fuori da qualsiasi controllo pubblico.. è tutto questo che si potrebbe chiamare globalizzazione”. LORDON, (2011) La deglobalizzazione e i suoi nemici, in Le Monde diplomatique, settembre III. Il potere Se può bastare offrire un’immagine plumbea per rendere l’idea di un senso di oppressione, non altrettanto facile, né sufficiente, è dipingere qualche icona per descrivere i meccanismi che lo causano. Il digitale, le tecnologie che lo utilizzano, si possono usare per diradare le nebbie che ho descritto? Provare a rispondere a questa domanda, è il compito di questa tesi. 5
  8. 8. Perché questa affermazione sia corretta, occorre però sovrapporre oppressione e potere: occorre, in sostanza, andare oltre la definizione di Stato moderno e di potere legittimo, razionale-legale che fu data da Weber1, per indagare la deriva ademocratica che ha caratterizzato il mondo occidentale dal 1970 in poi, deriva che ha condotto, per l’appunto, ai fenomeni sociali descritti da Lordon, fenomeni che stanno attualmente deflagrando a seguito del costante arretramento della possibilità che le istituzioni pubbliche hanno di dirigere o, almeno, di influenzare le macro scelte economico/finanziarie, nazionali e non. Qualsiasi risposta non può fare a meno di presupporre l’analisi del dove si formino le scelte e di quali meccanismi vengano creati nelle dinamiche di (del) potere. Qui tutto si complica ulteriormente, mettendo in gioco una serie di riflessioni: si passa dal potere-dominio, “che è potere che è insito nelle [o escluso dalle] istituzioni sociali” al “ciò che è considerato di valore è definito da relazione di potere.. esercitato con coercizione o con costruzione di significato” (CASTELLS, pag. 1). Dalla “costruzione di significato” alla biopolitica di Foucault, ed all’incidenza della comunicazione digitale, il passo è breve: è Pierre Lévy che ci ricorda che “è come se la digitalizzazione creasse una sorta di immenso piano semantico, accessibile da ogni punto, che ciascuno può contribuire a produrre.. ormai l’interpretazione, vale a dire la produzione di senso, non rinvia più in modo esclusivo all’interiorità di una intenzione.. il senso emerge da effetti di pertinenza locali.. più che essere interessato a cosa abbia pensato un autore introvabile, chiedo al testo di far pensare me, qui e ora. La virtualità del testo alimenta la mia intelligenza in atto” (LEVY, pagg. 39-40). IV. Il messaggio e la bottiglia A questa premessa manca ancora almeno un tassello: tecnologie.. quali? E’ palese, dato l’ampio dibattito presente su tutti i media, che ci si riferisca al digitale e, soprattutto, alla sua massima “rilevanza” in termini di Ugc2: sua maestà il web, con la sua corte fatta di “autocomunicazione di massa” (CASTELLS, pag. 64 e segg.). Si tratta, pertanto, di fare una forzatura, riducendo la tecnologia digitale, nel suo complesso, ad un unico suo aspetto, anche se credo che questi possa essere considerato il più rilevante. 1 in BAGNASCO, BARBAGLI, CAVALLI, Corso di sociologia, Bologna, 1997, pag. 54 e segg. 2 User Generated Content 6
  9. 9. Un’ulteriore, ultima, presa di posizione: se vogliamo analizzare quanto e come alcune applicazioni del digitale possano agire o meno sulle opinioni, abitudini e scelte delle persone che le utilizzano, non possiamo fare a meno di affrontare la vexata quaestio propostaci da McLuhan: il medium è il messaggio? Per rispondere a questa domanda mi affido alle articolazioni offerte da Castells, il quale afferma che “un mezzo, anche un medium rivoluzionario come questo [internet], non determina il contenuto e l’effetto del suo messaggio..[anche se] ha la potenzialità di rendere possibile una illimitata diversificazione e produzione autonoma di gran parte dei flussi di comunicazione che danno luogo a significato nella mente pubblica” (CASTELLS, pag. 81), e dalla sociologa Saskia Sassen, che relativizza in modo ancor più marcato il concetto, sostenendo che la relazione tra digitale e sociale tende ad essere caratterizzata, di norma, o da determinismo tecnologico [riferendosi alle posizioni vicine a McLuhan] o da indeterminatezza, con la conseguenza di presentare la tecnologia quale variabile indipendente che funziona come una specie di scatola nera che non viene mai presa in esame; occorre pertanto andare oltre: “Utilizzo il termine “embricature” per significare l’interazione non caratterizzata né da determinismo tecnologico né da indeterminatezza.. digitale e sociale possono modellarsi e condizionarsi a vicenda, rimanendo però ciascuno specifico e distinto… ciascuno ha effetto sull’altro senza però ibridarsi” (SASSEN, pag. 228). Embricatura, quindi, termine ripreso dagli embrici dei tetti: sovrapposti, non corpo unico. La docente della Columbia University esplicita meglio il suo concetto con un esempio, là ove afferma che “molti componenti digitali dei mercati finanziari sono modellati dalle agende che orientano la finanza globale” (SASSEN, pag. 230); il percorso è biunivoco: reale e virtuale/digitale si influenzano reciprocamente. L’avvistamento in mare di una bottiglia galleggiante può rappresentare di per sé un messaggio ma epoca storica e latitudini sono molto importanti per stabilirne, con buona approssimazione, il contenuto. 7
  10. 10. Cap. 1 - Yes, we change Sommario: 1. Digital native anthropology. - 2. Disintermediazione e riconoscimento. - 3. Disintermediazione e comunicazione. - 4. Disintermediazione e mondo del lavoro. - 5. Ma che succede in città?. - 6. Long tails vs pop economy. 1.1 Digital native anthropology Prima di arrivare ad avanzare ipotesi circa l’impatto del digitale sugli attuali sistemi economico-politici, intesi come potere, credo sia opportuno proporre un rapido excursus su quanto esso abbia inciso, in questi ultimi venti anni, sugli aspetti antropologici e sociali. L’analisi proposta in questo capitolo non può che essere anticipata dalle solite raccomandazioni: tutto ciò che può essere indicato come effetto delle nuove tecnologie va inteso come tendenza; guai a dimenticare che metà della popolazione terrestre non ha mai fatto una telefonata - altro che chattare! - o che tantissimi tra i pensionati dell’entroterra genovese non possono essere ascritti alla tribù del pollice. Un nettissimo digital devide, quindi, territoriale, sociale, generazionale, che non deve però far dimenticare che “ogni persona che muore è un utente dei media tradizionali, broadcasting, un potenziale couch-potato, mentre ogni bambino che nasce sarà sempre di più fruitore di una comunicazione asincrona, spesso offline e nomadica e, soprattutto un prosumer”3. Cambiamenti antropologici, dicevamo. La letteratura, scientifica e di intrattenimento, la sociologia, l’economia, il marketing: ogni microgrammo di inchiostro od ogni byte speso da chi abbia voluto cimentarsi nella descrizione di quanto ci abbia travolto negli ultimi venti anni, è stato usato per descrivere “cambiamenti”; volendo cercare differenze, le potremo trovare solo tra chi propende per cambiamenti limitati e chi per la radicalità del fenomeno, tra chi ne accentua il beneficio e chi, invece, li descrive come minaccia per un umanesimo in precedenza faticosamente conquistato. 3 Concetto più volte ripetutomi dal professor Michele Mezza; Il termine prosumer è stato coniato da Alvin Toffler, nell’ormai lontano 1980 e sta a significare la convergenza, in un unico soggetto, di produzione e consumo di contenuti. 8
  11. 11. Glissando sugli adattamenti più psicofisici che culturali alle nuove tecnologie, quali, per esempio, “un’aumentata tolleranza retinica al fluire delle immagini” (MEZZA, 2011, pag. 61), troviamo unanimità di vedute nella constatazione del cambiamento della percezione che le giovani generazioni hanno delle dimensioni fondamentali di tempo e spazio. Riferendoci allo spazio, possiamo citare il concetto di simultaneità spaziale di Rheinglod, parente stretto di quello che Castells definisce lo spazio dei flussi “luogo in cui praticare la simultaneità senza contiguità4” (CASTELLS, pag. 33). Unitamente a quello che quest’ultimo studioso definisce, con splendido ossimoro, il tempo acrono5, sarà proprio questa concezione di (non)spazio e di fusione tra le due dimensioni, che negherà la sequenzialità, cioè l’ineluttabile, infinita catena causa-effetto, di positivista memoria, intorbidendo con ciò le differenze tra passato, presente e futuro, plasmando quell’essere [il digital native] che cancella il divenire, cioè il tempo della natura, “la long durée6” (CASTELLS, pagg. 33-34). Chissà cosa direbbe oggi Heidegger; chissà dove immaginerebbe il suo dasein7. Se il sociologo emeritus di Berkeley ci offre alcune potentissime chiavi di lettura, è il saggista Howard Rheingold che parla di “telefonino come telecomando della vita” (RHEINGOLD, pag. 309), attore di una propria cultura urbana e di nuovi stili di vita, di un tempo flessibile che conduce a una vita meno pianificata, pregna dell’horror vacui verso una qualsiasi stasi del proprio interfacciarsi col mondo, di una antropormorfizzazione della tecnologia, che troverà la sua massima espressione in Clark e nella sua coevoluzione, dimensione nella quale i nostri cervelli, cyborg loro stessi, realizzeranno una simbiosi uomo-macchina, tale da far dire all’autore che “le tecnologie cognitive renderanno difficile tracciare una linea di divisione fra strumento ed utente… Mindware upgrades” (RHEINGOLD, pagg. 329-330): Una sorta di non-so-quanto-desiderabile bio- ubiquious computing, presumo. 4 Rappresenta una nuova concezione di tempo, da affiancarsi ai tradizionali tempi biologico, sociale/burocratico e disciplinare (natura, istituzioni, lavoro ed economia), quest’ultimo ripreso dalla tradizione foucaultiana , come dichiarato dallo stesso autore. 5 E’ quello della gratificazione immediata: è il tempo dei potenti. 6 E’ Pierre Levy, invece, che afferma che “Ogni nuovo mezzo di comunicazione o di trasporto modifica il sistema delle prossimità concrete.. ogni macchina tecnosociale aggiunge uno spazio-tempo, una cartografia specifica.. gli spazi si biforcano sotto i nostri piedi, costringendoci all’eterogenesi“: (Levy, pagg. 12-13). 7 HEIDEGGER, Essere e tempo, 1927; termine tradotto con esserCi, nel senso di essere gettato, scagliato nell’esistenza, la consapevolezza del quale provoca in noi un ontologico spaesamento. 9
  12. 12. Che dire poi delle new entry, almeno per i digital immigrant, augmented reality, magari con proiezione retinica, e dell’app-mania8? Con questi giungiamo finalmente all’oggi, alla società always on: analizzarne le ripercussioni sposta il nostro sguardo dai cambiamenti antropologici a quelli sociali, facendoci avvicinare al cuore di questa trattazione. 1.2 Disintermediazione e riconoscimento Da dove cominciare? Tali e tanti sono i contributi forniti sui cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie, che il problema è quello di individuare cosa salvare dalla falce dello spazio e del tempo (sociale/burocratico) disponibili. Va da sé che, se vogliamo parlare di tecnologie di libertà, non possiamo limitarci a discorrere di aumento dell’estensione della bolla informativa di Goffman, che circonda ognuno di noi; se “si vive con internet9” (CASTELLS, pag. 72), dobbiamo analizzare quanto questo normalizzi o scompagini le società reali, anche se, come vedremo, uno dei principali nodi da dirimere sarà proprio quello relativo alle nuove forme di comunicazione. Una prima riflessione riguarda le modifiche che il digitale può aver apportato alle modalità di interazione tra le persone, soprattutto negli ultimi anni, nel corso dei quali la posta elettronica, regina della comunicazione digitale degli anni ’90, è stata soppiantata da chat e social network. Sono molti gli autori che pongono l’accento su come si sia sviluppato un nuovo individualismo reticolare, spesso ritenuto altro, se non una vera e propria evoluzione, rispetto alle vecchie culture solidaristiche di stampo socialista, religioso o new frontiers alla Toqueville, che fossero. Fondamentale, in quest’ottica, è il concetto secondo il quale la tendenza massificante, conseguenza dell’organizzazione produttiva necessaria ad un’economia classica, fordista, atta a produrre ed a porre le condizioni per invogliare la richiesta di prodotti di massa, aveva plasmato un habitus mentale, divenuto tipico delle classi subalterne, forma mentis per la quale l’individuo stesso veniva ad essere sacrificato in nome della classe stessa: in altri termini, secondo questi autori, è solo tramite il 8 sommarie informazioni su questi temi nella mia presentazione su slideshare.net/giovanniferretti/ /fonti-informative-digitali-6771489 9 “la maggioranza della popolazione delle società avanzate e una percentuale crescente del terzo mondo vive con internet.. per il lavoro, per i contatti personali.. per l’informazione, l’intrattenimento, per i servizi pubblici, per la politica e la religione” 10
  13. 13. processo di identificazione e annullamento della propria individualità che l’operaio otto- novecentesco poteva pensare di migliorare la propria condizione sociale o, almeno, le proprie immediate condizioni di vita materiale. E’ all’interno di una società di questo tipo (operai massa che producono beni di massa per un’economia in buona parte nazionale, almeno nei Paesi del primo mondo) che deflagra il narcisismo dei social network (MEZZA (a cura di) 2009, pag. 105). Col narcisismo, però, siamo già alle conseguenze del processo che conduce alla società individualizzata che viene descritta (Bauman citato in MEZZA (a cura di) 2009). Se vogliamo trovare il processo-motore del cambiamento sociale, ma anche economico e politico, dobbiamo guardare alla disintermediazione: ad un mondo basato sulla comunicazione di massa, sui partiti e sui sindacati di massa, si sostituisce un mondo nel quale le tecnologie digitali consentono di produrre autonomamente contenuti, di renderli disponibili per l’intero genere umano (digital devide permettendo) e, ovviamente, di poter scegliere, in piena autonomia, a quale fonte informativa abbeverarsi. Si coniano neologismi, quali il già citato prosumer o lo spettautore (MEZZA, 2011, 10 pag. 62), e saltano le mediazioni: si frantumano gli specchi , “siamo alla scomposizione sociale…. è l’individuo che diventa motore e cultura di un intero sistema di sviluppo, di produzione.. tutto questo ha origine, per Bauman, dalla scomposizione del lavoro industriale di massa… dalla fine della trimurti concettuale: consumi di massa, produzioni di massa, comunicazione di massa” (MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 24). Zygmunt Bauman, nell’analizzare la “sua” società liquida, frenetica, insicura, legata al consumo e non alla produzione, non si limita certo ad indicare come le nuove forme di rapporto interpersonale siano ormai dominate dalla ricerca del minimo sforzo cognitivo e sociale, se non addirittura emozionale: social network che piegano legami e impegni sociali, sino a farli sentire come foto istantanee e non come condizioni stabili [comunque impegnative da gestire]; ricerca di persone con interessi simili, motivata anche dalla scarsa propensione a frequentare menti dissimili (ricerca di chi ha interessi 10 DE KERCKHOVE, in MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 9: prendendo spunto da Borges, Michele Mezza narra un mondo dove gli specchi si rifiutano di riflettere le immagini date da altri e fanno di testa loro. Il nuovo specchio è lo schermo, e attraverso lo schermo stiamo trasformando i nostri ruoli.. è l’estensione della coscienza attiva; per l’immaginario (TV), per il pensiero (calcolatore), per la coordinazione corpo- mente-macchina (videogioco) o per la collaborazione (internet) o ancora per la convergenza di tutte le forme di comunicazione umana (smart mobs) 11
  14. 14. sovrapponibili ai propri ed appartenenza a molte comunità, ma “esclusione del dialogo inter-comunitario)” (BAUMAN, pagg. 183 e segg.). Non è certo una visione ottimista, come non lo è quella che ne consegue: Bauman parla di centralità della lotta per il riconoscimento, contrapponendola alla, perdente e perduta, almeno per lui, lotta di classe (DE KERCKOVE in MEZZA, 2011, pag. XI). Qui mi permetto di dissentire, almeno parzialmente: la lotta per il riconoscimento non è certo concetto nuovo: di “esigenza del riconoscimento” si parla diffusamente già nella hegeliana Fenomenologia dello spirito11: la necessità di essere riconosciuti in quanto uomini, soggettività riconosciuta, humanitas; individui tra individui, per l’appunto. In senso lato, il riconoscimento di Hegel non ha impedito il nascere, e permanere, della lotta di classe: vero è che non esisteva, al tempo, una estesa rete mondiale, ma è altrettanto vero che la lotta per il riconoscimento permeava persino le oligarchie degli Stati a socialismo reale12. Preferisco, anche per questi concetti, tornare a riferirmi alle embricature della Sassen, forzandone forse un po’ il senso, ma togliendo quell’alone di determinismo tecno-logico/cratico che mi pare permei l’affermazione di Bauman. Può essere che l’autocomunicazione di massa, non solo nelle sue più alte modalità di fruizione, possa influire sulle forme di solidarietà, rimodellarne le cause, ma da questo al dichiarare la fine della lotta di classe, il passo è troppo azzardato. Si dovrà giocoforza tornare su questi argomenti; al momento, è sufficiente rispondere alla constatazione di chi afferma che le lotte sindacali nel mondo segnano il passo, citando Tortorella, quando riporta la frase di Buffet, il più ricco miliardario americano: “ma certo che c’è sempre stata la lotta di classe. E l’abbiamo vinta noi 13”. 11 HEGEL, La fenomenologia dello spirito, 1807 12 prova ne sia che, evaporati quei sistemi, i dirigenti di partito si sono subito trasformati in capitani d’impresa. 13 TORTORELLA, Lavoro e libertà, in Critica marxista, 6-2011, www.criticamarxista.net/articoli/6_2010tortorella.pdf 12
  15. 15. 1.3 Disintermediazione e comunicazione Se prendiamo per buona la definizione secondo la quale “l’ordine di interazione di Goffman è il luogo in cui le azioni individuali possono influenzare le soglie di azione delle folle” (in RHEINGOLD, pag. 276), se, in altri termini, partiamo dalla sua teoria sociologica sulle modalità di interazione tra gli individui e visualizziamo la sua bolla informativa, luogo della presentazione del sé, della vita sociale, sino a pochi decenni fa caratterizzata quasi esclusivamente da interazioni faccia a faccia e a viva voce, dobbiamo prendere atto che questa si è enormemente ampliata, sia a causa delle informazioni che ci possono essere fornite da proximity aware, applicazioni sensibili alla vicinanza (Ibidem), sia dalla possibilità di lasciare le nostre tracce in rete. Ovviamente, se è nostra intenzione essere seguiti, riconosciuti, se non in quanto soma, almeno in quanto seme. E, autistici digitali a parte, altrettanto ovviamente, questa è l’intenzione dei prosumer. Siamo all’auranet di Rankin, o alla “noosfera, rete del pensiero attivo e pulsante” (MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 90); possiamo usare il sostantivo che più ci aggrada, scivolare tra le sfumature che differenziano i concetti ma di sicuro c’è che l’esplosione delle Ugc ha frantumato gli specchi della comunicazione massmediatica. Su questo non ci piove, lo dicono le statistiche: sempre meno persone comprano giornali e/o si informano attraverso la televisione broadcasting, sempre più sono quelli che si informano attraverso media digitali, siano essi di nuovo tipo (newsletter, blog, Tv Ugc, Tv tematiche), siano essi rivisitazioni di media tradizionali (periodici ondine, siti delle Tv generaliste). Se si calcola che “nei primi tre anni del terzo millennio sono circolate nel mondo più informazioni che nei precedenti tre secoli” (PRATELLESI, pag. 13), che le tirature e gli ascolti dei media tradizionali sono rimasti, ad essere ottimisti, stabili, ci rendiamo conto di quanto imponente sia il cambiamento intervenuto nel mondo della comunicazione. Intendiamoci: i vecchi media stanno facendo di tutto per mantenere la centralità informativa, la valenza della propria mediazione, e non solo attraverso risposte tecnologiche quali la reach Tv (e cinema) dell’hight quality e del 3D: “osserviamo il prolungamento di una fase di transizione, in cui le nuove e le vecchie forme della comunicazione si intrecciano e si sovrappongono, in un doppio movimento di adeguamento dei media generalisti ad alcuni stilemi dell’innovazione (la Tv che si apre 13
  16. 16. ad una maggiore offerta di canali, pur rimanendo Tv) e di incorniciamento di alcune tradizionali strutture di senso nelle nuove piattaforme (ad esempio il recupero di un formato generalista, come il portale, per gestire la cultura disordinata del web)” (ABRUZZESE, MANCINI, pagg. 250-251). Ed è anche vero che i nuovi media rimediano i vecchi, attraverso le strategie indicate da Bolter e Grusin, “definendo il proprio significato culturale in riferimento a tecnologie già affermate” (BOLTER, GRUSIN, pag. 305). Ma è anche vero che, nonostante quanto sopra, occorre prendere atto che i nuovi media digitali hanno la capacità di dilatare a dimensioni planetarie la nostra bolla/noosfera/auranet, modificando, almeno potenzialmente, “le soglie di partecipazione all’azione collettiva” (RHEINGOLD, pag. 282). Azione collettiva = massa? No. Anzi! Quasi tutti gli autori citati in questa tesi propendono per l’esatto opposto: la rottura degli specchi, la disintermediazione, colpisce in primo luogo la massificazione, ovunque essa si nasconda, sia essa nel mondo del lavoro che nei stili di vita e di consumo, sia essa nel gruppo amicale o nell’azione politica. Più spostiamo l’attenzione dal digitale “in astratto” alla rete, più incontriamo lo sguardo di nuovi soggetti: le vespe di Panama di Bauman, l’individualismo reticolare di Rheingold, gli spettautori di Mezza, le moltitudini di Hardt e Negri, i freelance di Bologna e Banfi, i comunalisti di Castells. Sono gli abitanti o, meglio, i costruttori di un nuovo neoumanesimo digitale (MEZZA, 2011 pagg. 21 e segg.), fatto di individualismo cooperativo, decisivo per di-svelare la vera natura, cooperativistica, del genere umano14. 1.4 Disintermediazione e mondo del lavoro Almeno in parte, Saskia Sassen si discostata da questa interpretazione, un po’ per l’oggetto della sua opera, per il quale il digitale mi pare risulti più un dato di fatto che un elemento d’analisi, un po’ perché quando si spinge ad analizzare le forme di reazione alla globalizzazione, finisce col dar fiato agli abitanti delle sue città globali, vissute sicuramente da freelance occupati nella new economy e nelle reti finanziarie 14 Rheingold ci parla delle teorie dell’anarchico russo Kropotkin (è il governo a reprimere la nostra naturale tendenza a cooperare - pag. 79) e dei risultati ottenuti dalle ricerche sociologiche attraverso la teoria dei giochi (il dilemma del detenuto ed altri giochi a somma-non-zero, (RHEINGOLD, pag. 87 et al.) 14
  17. 17. sovraistituzionali, extraterritoriali, i cosiddetti no-collar15, ma anche dagli svantaggiati, dagli “uscieri dominicani di Wall Street” (SASSEN, pag. 108), licenziati in massa all’esplosione della crisi del 1987: sono loro che sono i più inseriti in un luogo di lavoro globale “dato che i centri finanziari internazionali, come le sedi delle multinazionali, dipendono concretamente da un ampio ventaglio di lavoratori e imprese più di quanto non si creda normalmente.. un capitalismo avanzato che produce un evidente collegamento alla località delle nuove classi professionali globali e l’evidente globalità della nuova forza lavoro svantaggiata… e quindi più indicativi del futuro che non di un passato arretrato” (SASSEN, pagg. 182-183). Visto che elemento centrale di questa tesi è quello di mettere in relazione digitale e potere, niente male ri-trovare Cipputi nel cuore dell’Impero16. Ma è lo stesso Cipputi di fordista memoria? E’ l’operaio-massa? O il digitale ha cambiato anche lui? Non conosco risultati di ricerche volte a stabilire i gusti ed i comportamenti degli internauti, suddivisi per classe sociale e per scolarizzazione. Certo sarebbe davvero interessante controllare l’esistenza o meno di un maggior uso sociale del digitale. Azzardando un’ipotesi, posso asserire che francamente ne dubito: a maggior livello culturale, maggior consapevolezza delle potenzialità del mezzo. Ma forse qui si nasconde una vena pessimistica che mi trascina verso una, indesiderata, deriva avanguardista, di gramsciana memoria. Comunque, anche un esito diverso della ricerca non basterebbe a certificare che gli svantaggiati abbiano preso armi e bagagli e che si siano trasferiti nella web class, “luogo in cui nascono socialmente le class action e la cooperazione tra intelligenze” (BOLOGNA, BANFI, pag. 42). Meglio partire dall’evidenza della cronaca: è questa a parlarci di delocalizzazione, soprattutto di quei lavori richiedenti bassa professionalità, in un panorama mondiale di crescita numerica di quella che era definita classe operaia. E’ sempre la cronaca, soprattutto quella locale, territoriale, da TG3 Regione, che periodicamente fa emergere la difficoltà di chi, ai margini della catena produttiva, prova a difendere il proprio posto di lavoro e la dignità del proprio ruolo. 15 BOLOGNA e BANFI, pag. 105: altra cosa rispetto ai tradizionali white o blue collar; indica i freelance. 16 HARDT, NEGRI, Impero, (2003) 15
  18. 18. E’ un lavoratore disintermediato, che non si riconosce nel sindacato? Ha atteggiamenti culturali diversi da quelli dei suoi nonni? Anche i minatori inglesi del 1800 erano individui che cooperavano per i loro singoli interessi (MEZZA, 2011, pag. 12); anche i braccianti agricoli inglesi difendevano i beni comuni. Senza rispolverare la differenza marxista tra classe in sé e classe per sé, richiamando la già citata affermazione del miliardario americano Buffet, si può concordare con chi afferma che, digitale a parte, “è la stessa incertezza sul lavoro che è un potente fattore di individualizzazione” (BAUMAN in MEZZA, 2011, pag. 138). Se a questo aggiungiamo che “l’individualismo è diverso da egoismo, è un arcipelago e non un’isola” (in MEZZA, 2011), se, in definitiva, sommiamo le disillusioni da sconfitta alla perdurante, anche se declinata diversamente, solidarietà, potremo trovare che le ricadute della società in rete potrebbero limitarsi, in questo ambito, ad una fiducia data oggi solo pro tempore , una fiducia non ideologica, che gli svantaggiati offrono ai propri mediatori (politici e/o sindacali). Il Cipputi del XXI secolo è, almeno nel cosiddetto mondo industrializzato, un lavoratore che ha progressivamente perso di vista la classe per sé e che, dati gli oggettivi rapporti di forza, ha seri problemi nel chiedere il riconoscimento dei diritti sul lavoro goduti dai propri padri: un proletario molto meno ideologizzato e, in questo anche aiutato dalla net culture, poco propenso ad offrire certificati in bianco verso qualsivoglia mediatore. Per questo aspetto, sì: siamo abbastanza lontani dall’operaio- massa; siamo, all’opposto, in un benthamiano panopticon rovesciato, all’interno del quale la parola fiducia assume un rilievo del tutto nuovo. Se sul net trovo tutte le interpretazioni che voglio, relative a qualsiasi evento o situazione, se, consciamente o meno, mi rendo conto del ruolo dei mediatori, sono sicuramente più portato a verificarne le affermazioni ed a misurare i risultati. In questo senso, ciò che il mondo del lavoro ci ricorda è che la filosofia dei social network è basata sulla creazione delle webs of trust (RHEINGOLD, pag. 191), sulle reti di fiducia e sulla loro misurazione: eBay docet. 16
  19. 19. 1.5 Ma che succede in città? Non si può parlare di relazioni di potere senza guardare a cosa succede nel mondo del lavoro, non si può parlare del lavoro senza parlare di economia. Urge, quindi, almeno accennare a tre concetti, all’interno dei quali le nuove tecnologie in esame hanno giocato (e giocano) un ruolo di primaria importanza, per di più foriero di (potenziali?) pesanti ripercussioni in quella che potremo definire la sfera del potere: la globalizzazione, la teoria della lunga coda e la recente tendenza a trasformare beni in servizi. Cosa c’entra il digitale con la globalizzazione? Lapalissiano: senza le reti digitali, la globalizzazione sarebbe molto più difficile, se non addirittura impossibile, da gestire. Con ciò, siamo entrati nel campo dell’uso privato della rete, in un mondo fatto di software proprietari, finanziari e no, crittografia e password, magari con l’aggiunta di una spolverata di marketing tipo web 1.0. La globalizzazione, risultante della dematerializzazione digitale, ha riconfigurato la geografia politica ed economica planetaria ed ha inciso, conseguentemente, sui metodi di gestione e di equilibrio del potere previsti dagli ordinamenti democratici. Lasciamo al prossimo capitolo questa trattazione; occupiamoci, per ora, alla guisa di premessa, di quanto affermato da Sassen, sicuramente una delle più grandi analiste della globalizzazione, soprattutto per quel che concerne il misconosciuto, permanente rapporto tra globalizzazione e luogo. Sassen afferma che la dematerializzazione (digitale) è fondamentale nell’incremento della mobilità del capitale e, di conseguenza, nel cambio della relazione tra imprese e Stato-nazione; questo è considerato un mero effetto della tecnologia, anche se, per avere mobilità e digitalizzazione occorrono molteplici condizioni, quali un certo tipo di infrastrutture e di leggi. La globalizzazione, pertanto, non è solo una risultante della tecnologia. Senza contare, poi, che “occorre cogliere il concetto di logica sociale che organizza l’embricazione: molti componenti digitali dei mercati finanziari sono modellati dalle agende che orientano la finanza globale, agende di per sé non tecnologiche” (SASSEN, pagg. 228 e segg.). Perché tornare a una delle embricature della Sassen? Perché afferma che la globalizzazione ha radici nel territorio; perché dice che “quanto più l’impresa si 17
  20. 20. globalizza tanto più crescono le sue funzioni centrali” (SASSEN, pag. 59), ridando peso contrattuale e voce agli svantaggiati “che sono più globali e più indicativi del futuro che non di un passato arretrato” (SASSEN, pag. 181), creando le reti di città globali; e, soprattutto, perché afferma che le nuove ICT17, “soprattutto l’accesso pubblico ad internet, hanno rafforzato la politica dei luoghi ed hanno ampliato la geografia dei membri attivi della società civile, includendo anche le località periferiche” (SASSEN, pag. 186). Riassumendo: digitale come uno dei fattori che hanno permesso la globalizzazione ma, per caratteristiche sia intrinseche (aumento funzioni centralizzate) che estrinseche (ruolo nuovamente accresciuto delle periferie geografiche e sociali), economia globale ancora collegata-al e contrastabile-dal territorio; anche grazie alle ICT. 1.6 Long tails vs pop economy Analizzare la caratteristica globale dell’economia non significa solo studiare le ripercussioni derivanti dall’aver a che fare con competitors soggetti a discipline legislative, sociali, culturali e sindacali diverse dalle proprie, significa, prendere atto che la globalizzazione stessa ha cambiato la natura stessa della merce, del prodotto. Anche il concetto-cuore dell’economia ha subito la sua bella frantumazione degli specchi: da un mercato di massa, a una massa di mercati. E’ Chris Anderson a coniare il termine lunga coda, long tail18, utilizzandolo per descrivere la linea dei vari grafici prodotto/fatturato, tendente a infinito, e la successiva constatazione che, a livello globale, i mercati di nicchia valgono, nel loro insieme, tanto quanto il fatturato dei brands. Tra chi analizza il concetto di lunga coda, troviamo tantissimi pensatori che lo interpretano come segno di liberazione: non più McDonald’s quale letto di Procuste del gusto planetario, non più foresta amazzonica tagliata per far pascolare le McVacche, non più McJobs, e via dicendo. Come non essere d’accordo? Qualsiasi cosa serva a decretare l’inutilità di quegli strateghi del marketing che ci informano su cosa dobbiamo desiderare (ed acquistare), sia la benvenuta; come ben 17 Information and communication technologies 18 ANDERSON, The long tail, in Wired magazin, oct 2004 18
  21. 21. accetta è qualsiasi linea di resistenza sulla quale attestarsi a difesa delle culture (pratiche, saperi, sapori) locali: sia il multiculturalismo che il più amalgamante meticciato culturale vivono delle/nelle differenze. Ciononostante, non si può fare a meno di pensare che, pur nella comprensione del suo aspetto liberatorio, l’economia disegnata dalla teoria della lunga coda sia ancora confacente al sistema (al potere?), sia ancora figlia del web 1.0. Più nel dettaglio: soprattutto da italiani, da cultori del gusto e dei prodotti di nicchia, dovremo essere contentissimi del fatto che il mercato della prescinsêua19 possa estendersi al Nepal? Oggi, i requisiti perché ciò avvenga ci sono tutti: un sito che spiega cosa sia la prescinsêua20, la possibilità di ordinarla e di averla a Kathmandu. Magari un po’ stantia, ma si può far arrivare. La rete fa miracoli. Ma è questa la liberazione che vogliamo21? Il digitale, nella sua versione vetrina, propria del web 1.0, ha fatto certamente compiere una piroetta all’economia uscita dal secolo breve; una piroetta che può definirsi salutare, per molti versi, ma che presenta due grossi limiti: se ridefinisce, ampliandola, la titolarità del gusto (in senso estetico: il bello, il desiderabile), e se in parte intacca i rapporti di produzione e, di conseguenza, il potere, favorendo le piccole produzioni a scapito delle multinazionali, non mette al centro del (nuovo) modello di consumo la sostenibilità e non scuote il concetto di merce. Per quel che concerne il primo aspetto, l’accento va posto su un tasto, spesso relegato all’analisi dei massimi sistemi e dimenticato allorquando si tratti di pensare/programmare una qualsivoglia attività economica, soprattutto in tempi di crisi: la sostenibilità. Confessando a capo chino la propensione per le ricette proposte dalle varie Teorie della decrescita22, soprattutto nella loro declinazione Felice23, ammetto che proprio non 19 Tipico formaggio del genovesato 20 www.agriligurianet.it/ 21 “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito è un pazzo. Oppure un economista” BOULDING, citato in BERTORELLO, CORRADI, pag. 130. 22 termine coniato dall’economista contemporaneo Nicholas Georgescu-Roegen. 23 in PALLANTE, 2005; da considerarsi nell’accezione proposta da BERTORELLO, CORRADI, pag. 139: “l’idea di una decrescita felice che non metta in discussione la struttura capitalistica dell’accumulazione ci sembra trovi una clamorosa smentita nell’attuale decrescita evidentemente infelice per milioni di persone e neanche particolarmente allegra per l’ambiente”. 19
  22. 22. riesco a trovare auspicabile un mondo in cui container zeppi di focacce col formaggio (che dovrebbero essere prescinsêua-farcite) dirette in Cina, si incrocino, al largo di Gibuti, con navi cisterna traboccanti di acqua minerale naturale proveniente da una sorgente di Pyongyang, ricca di argento solubile, dirette a New York. Questo, dando per scontato che le emissioni delle rispettive ciminiere non contribuiscano, per quel tanto che serva, a far sgelare l’artico e ad aprire il famoso passaggio a Nord Ovest, cosa che renderebbe superfluo (e povero) Gibuti, oltre che l’intero mediterraneo. No. Credo che il contributo del digitale alla trasformazione del concetto di merce, di roba, verrebbe da dire, citando Verga, venga maggiormente da quello che è definito essere il web 2.0, ovverosia, il regno dei prosumer. Maurizio Pallante offre una bella immagine dell’economia, disegnata come una figura composta da tre cerchi concentrici: il più interno, piccolino, è quello della autoproduzione dei beni, quello intermedio rappresentante l’area degli scambi non mercantili24, il terzo, quelli mercantili. Se l’economia capitalistica cerca di fare in modo che il cerchio esterno, quello dell’economia mercantile, fagociti quelli più interni, la Teoria della decrescita si struttura quale spinta centrifuga, tendente a far gonfiare gli anelli interni a discapito di quello esterno (che, di suo, più di tanto non può espandersi). Bell’immagine. E il digitale? Il digitale o, meglio, i social network, entrano in gioco con la lettura degli articoli, pubblicati su Wired.it, “L’economia del mutuo soccorso25” e “Pop economy: la nuova economia è partecipativa26”. Se l’articolo di Loretta Napoleoni vaglia le basi teoriche, i mutamenti reali indotti dalla rete, è Alessio Lana che, sintetizza, e rilancia la visione: “Come nello shopping sta prendendo piede lo swapping (una sorta di baratto su Internet), così nell’attuale panorama sociale crescono sempre più comunità virtuali come eBay o Swaptree, in cui la gente scambia e vende di tutto. Fenomeni che l’individualismo degli anni ’80 non avrebbe neanche saputo spiegare27”. 24 Amicali; in senso lato, rifacentesi alla Teoria del dono di Mauss 25 NAPOLEONI L., L’economia del mutuo soccorso, in Wired.it, dic. 2010 26 LANA, Pop economy: la nuova economia è partecipativa, in Wired.it, Ibidem 27 Ibidem, http://mag.wired.it/news/storie/pop-economy-la-nuova-economia-e-partecipata.html 20
  23. 23. Swap, baratto: è il cerchio di mezzo che toglie aria a quello esterno. E’ il core dell’economia informale, ben disegnata da Serge Latouche28. Ma “..se swap è una parola chiave, share è sua sorella. Bike, car, house, file, tante le parole che si sono avvicinate al verbo share, condividere. Un accostamento frutto della rivoluzione dal basso nata dai millennium, i figli dei super-egoisti baby boomers, scrive l’economista [Napoleoni], una generazione nata a cavallo tra gli anni Settanta- Ottanta che all’indomani della crisi del credito ha voltato le spalle all’individualismo neo-liberista”29. Scrive Loretta Napoleoni: “Si tratta di una vera rivoluzione sociale, la prima che dal dopoguerra ridisegna i comportamenti economici e sociali occidentali. Un solo esempio: il bike sharing è diventato il mezzo di trasporto globale che si espande di più.. e tutto ciò avviene senza che ad ispirarla sia stata una teoria economica, al contrario questo cambiamento proviene dal basso e si sviluppa nel quotidiano… Lo scambio e la condivisione rimpiazzano il consumismo sfrenato degli ultimi vent’anni scardinando così un’economia per la quale si è solo e sempre un soggetto passivo: un consumatore… l’economia partecipativa aiuta a rimpinguare gli scarsi redditi. E quando ci si sa organizzare e autoregolarsi le comunità funzionano meglio dello Stato. È quello che ci ha insegnato Elinor Ostrom,vincitrice nel 2009 del premio Nobel per l’economia… «Condividere è pulito, postmoderno, urbano e progressivo», scrive Mark Levine sul New York Times. «Il possesso è noioso, egoista, timido e arretrato»… Potenzialmente la condivisione dei beni è un concetto rivoluzionario tanto quanto lo è stato due secoli fa la nascita del sindacato… Come quella capitalista e marxista, anche l’economia partecipativa è essenzialmente a scopo di lucro: nel 2009 Netflix ha fatturato ben 116 milioni di dollari di profitti, e naturalmente tutte e tre ruotano intorno al controllo dei mezzi di produzione. Se oggi Carlo Marx fosse vivo scriverebbe il Manifesto del Partito Partecipativo, dove parlerebbe della coscienza della Rete quale primo passo verso il controllo dei mezzi di produzione... dai carpool fino all’affitto degli orti, la comunità si riappropria della dimensione economica che le corporation le hanno scippato negli ultimi vent’anni30”. NAPOLEONI L., L’economia del mutuo soccorso, in Wired.it, dic. 2010 Citazione lunghissima, me ne scuso, ma altrimenti era oltremodo difficile sintetizzare in modo efficace quei concetti che, a mio avviso, descrivono se non un ribaltamento, almeno la tendenza al superamento dell’economia quale noi la conosciamo. Non si rompe solo lo specchio, i frantumi riflettono altro, e la merce 28 LATOUCHE, La scommessa della decrescita, Milano, 2007 29 LANA, art. cit. 30 dello stesso tenore, BUND K. (2012) Avere o usare , Die Zielt, in Internazionale n, 931 21
  24. 24. assomiglia sempre di più al quadro di Dorian Gray! Io non possiedo: affitto, condivido! Si salta a piè pari dalla merce al bene, dalla Proprietà al Servizio: stiamo parlando, a seconda del tipo di bene e di chi lo gestisce o gestirà, del trionfo del terziario, del pubblico; ci si avvicina al comune, per dirla alla Hardt e Negri31. Cosa c’è di diverso rispetto alla nuova forma di lotta di classe descritta da questi due autori, al loro esodo, “che è sottrazione dal rapporto di capitale..riappropriazione del Comune non corrotto”? (HARDT, NEGRI, pagg. 155 e segg.). Non siamo più nel campo della Lunga coda, non cambia solo chi detiene la produzione: qui si parla di mettere in discussione il cuore del consumo32, degli stili di vita occidentali. Si ridisegnano mappe cognitive e sentimenti: la Roba forse esisterà in eterno, accompagnata dal suo codazzo di vizi capitali, ma è fuori discussione che più ampie saranno le aree delle economie non mercantili disegnate da Pallante, maggiore sarà la capacità della società nel suo complesso di gestire criticità. Di più: se questo sarà un processo cosciente, avremo messo un piede dentro l’empowerment di John Friedmann, saremo alla presa di coscienza collettiva, comunità che "sente di avere potere, che sente di essere in grado di praticare uno sviluppo orientato principalmente al soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali, per tutti, per permettere successivamente la crescita (flourishing) delle capacità individuali, per permettere cioè che ogni essere umano raggiunga il proprio potenziale, qualunque esso sia... Le istanze per uno sviluppo alternativo sono universali, sono le istanze dei poveri senza potere (disempowered). La loro realizzazione dipende da una continua lotta nonviolenta, a livello locale e globale, contro gli attuali poteri costituiti del mondo33”. Disempowered(ers). Svantaggiati. Proletari. Invisibili. Consumatori difettosi (BAUMAN, pag. 66). Chiamateli come volete, purché, se è vero quel che afferma Castells, cioè che “sia i micro che i macro poteri sono basati sul controllo della comunicazione” (CASTELLS, pag. XIX), li si immaginino muti; si tratta allora di vedere se resteranno tali a lungo o, in altri termini, se gli Ugc, rovesciando il concetto di maggioranza silenziosa, possano diventare o meno “la protesi intelligente dell’opinione pubblica” (MEZZA (a cura di), 2009, pag. 40). 31 HARDT, NEGRI, Comune, oltre il privato e il pubblico, Milano, 2010 32 termine infelice! Etimo che contiene tutta la violenza della parola “fine”: fine dell’oggetto e fine di chi non può e non potrà mai possederlo, se non altro, per la limitatezza delle risorse del pianeta. 33 FRIEDMANN J., Rivisitando empowerment; principi per uno sviluppo umano, appunti per le conferenze di Firenze, 2005 22
  25. 25. Cap. 2 - Il potere nello spazio dei flussi Sommario: 1. Aracnopotere. - 2. La costruzione del significato. - 3. Le moltitudini. - 4. Adhocracy e Social Long Tail. 2.1 Aracnopotere Come facilmente intuibile, il titolo del capitolo precedente voleva richiamare il “Yes, we can” di un candidato Presidente statunitense che si stava giocando un’elezione puntando molto sull’identificazione-con più che sull’uso-della rete, ma guardava anche al “Yes, we camp” di chi, parafrasando il primo, all’Aquila come a Madrid, rappresentava la ricerca di nuove forme di manifestazione della propria indignazione. In tutti e due i sensi, la citazione poteva sembrare un po’ forzata, visto che il “Yes, we change” presuppone una consapevolezza e ricerca di cambiamento che, nella realtà dei fatti, è spesso sottotraccia. All’opposto, “Aracnopotere”, titolo di questo paragrafo, pare termine consono a rappresentare l’analisi del macro-potere nell’era del digitale, almeno così come proposta da Castells: un potere che può essere scomposto a seconda che ci si soffermi sui frequentatori della rete e sulle loro forme di interazione, oppure, in generale, su internet. Uso social della rete e uso proprietario; ma non solo: le dinamiche del potere permeano il mondo virtuale al pari di quello reale. Estremizziamo i concetti: potere della rete nel mondo reale e potere della rete nel mondo virtuale. Il primo potere è il potere dei ragni, il secondo, quello dei nodi e dei fili: della rete, appunto. Sempre usando iperboli, immaginiamo un potere biologico, quello del ragno tessitore, che deve fare i conti con la propria creatura, impalpabile, onirica, ma detentrice di un potenziale contropotere. E’ vero: c’è molto determinismo tecnologico, in questa immagine! Forse è meglio tornare rapidamente coi piedi per terra e ricordare che non esistono reti mutanti e che rete e contenuti sono il frutto di soggetti individuabili ed individuati, di ben determinate strategie e di dinamiche in costante evoluzione. Lasciamo per un attimo da parte Tim Berners Lee, l’open source, il web 2.0 e le “reti di individui che diventano comunità [di pratica] insorgenti” (CASTELLS, pag. 461) e concentriamo l’attenzione sui ragni e sull’analisi proposta da Castells. E’ il professore 23
  26. 26. della University of Southern California che propone una quadruplice articolazione di distinte forme di potere nella rete (CASTELLS, pag. 42 e segg.): • networking power, potere retificante: esercitato da chi è membro di una rete, verso chi ne è escluso; • network power, potere in rete: di chi impone gli standard interni ad una rete, le regole di inclusione; • networked power, potere reticolare: di chi ha il potere nelle reti dominanti, cioè di chi ha “la capacità relazionale di imporre la volontà di un attore sulla volontà di un altro attore, grazie alla capacità strutturale di dominio insita nelle istituzioni della società” (CASTELLS, pag. 44); • network-making power, potere di creazione delle reti: detenuto dai programmatori (coloro che hanno la capacità di costruire reti e di (ri)programmare reti alla luce di obiettivi assegnati nella rete) e commutatori (che hanno la capacità di connettere ed assicurare la cooperazione di diverse reti, condividendo obiettivi comuni e combinando risorse) (CASTELLS, pag. 44) Il pensatore castigliano conclude questa sua riflessione, affermando che questi soggetti “sono esseri umani organizzati intorno a progetti ed interessi... ma non singoli attori (individui, gruppi, classi, leader), dal momento che l’esercizio del potere nella società in rete richiede un complesso insieme di azioni congiunte, che vanno oltre semplici alleanze, dando vita ad una nuova forma di soggetto, affine a quello che Bruno Latour (2005) ha brillantemente teorizzato come <<attore-rete>>” (CASTELLS, pag. 44). Soggetti, strategie, dinamiche. Non necessariamente identificanti un potere opprimente: networking power può essere esercitato dal singolo appartenente alla rete, network power può essere il frutto di decisioni botton-up, e il network-making power, può essere realizzato tramite open source. Più difficile separare il networked power dalle strategie del macro potere. E’ nel network-making power che Castells pone, oltre alle ovvie figure dei programmatori (chi fa la rete) le figure, più importanti, dei commutatori, gli “switchers” (CASTELLS, pag. 48): coloro che creano e detengono il controllo dei punti di connessione tra le varie reti strategiche; reti non più soltanto digitali o tecnico-scientifiche in senso lato, ma anche militari, economiche, mediatiche, religiose, politiche. 24
  27. 27. Se il ruolo dei switchers è quello di creare reti ad hoc, necessarie alla gestione del potere, con la già citata capacità relazionale di imporre la volontà di un attore sulla volontà di un altro attore, grazie alla capacità strutturale di dominio insita nelle istituzioni della società, potrebbero essere proprio loro gli attori fondamentali del networked power. Sono loro che progettano senso e consenso? A leggere la storia contemporanea della nostra Repubblica, parrebbe proprio di sì: la constatazione dell’incrementarsi del valore numerico che segue le P di Propaganda, di gelliana memoria, confermerebbe, se non altro, l’anelito reticolare degli eversivi commutatori caserecci. E’ la società delle reti, non necessariamente digitali che, grazie al digitale, diventano sempre più interconnesse. Lo spazio dei ragni, si diceva: difficile immaginare a questo livello il potere deflagrante delle tecnologie di libertà. Siamo nello spazio globale dei flussi, irraggiungibile per le istituzioni; Bauman, citando Castells, lo dipinge come uno spazio “dove il potere si è ormai emancipato dalla politica”, contrapposto allo spazio locale, dei luoghi, come lo definirebbe Castells, “dove [oggi] la politica è priva di potere” (BAUMAN, pag. 53). Anche la più ottimista Sassen, proietta il contropotere, di cui dota i suoi svantaggiati, in un mondo estraneo al digitale. E’ sempre Manuel Castells che pare ci venga in aiuto, traendoci fuori da un principio di scoramento, proponendo tre tesi che aprono la strada ad un vero e proprio switch analitico (CASTELLS, pag. 544): • le reti finanziarie e multimediali globali sono strettamente intrecciate, ma non hanno tutto il potere, dipendendo questo anche da altre reti (politiche, militari, criminali…), reti che si intrecciano, ma non si fondono; a volte cooperano, formando reti ad hoc, altre volte si contrappongono; • a differenza di Bauman, Castells assegna un ruolo ancora importante agli Stati, non fosse altro perché garantiscono il funzionamento stabile del sistema, cosa che si potrebbe tradurre con garanzia della socializzazione delle perdite e della gestione dell’ordine pubblico; e, soprattutto, la seguente tesi, presentata per prima dallo studioso castigliano: 25
  28. 28. • tutte le reti di potere lo esercitano influenzando la mente umana prevalentemente (ma non esclusivamente) tramite reti multimediali di comunicazione di massa; così, le reti di comunicazione sono le reti fondamentali di costituzione di potere (power making) nella società. Così fosse, si aprirebbero nuovi scenari: se il potere è quello dei programmatori e dei commutatori di reti, per dare gambe al contropotere occorre “riprogrammare le reti attorno ad interessi e valori alternativi, facendo saltare i commutatori dominanti, collegando reti di resistenza e cambiamento sociale” (CASTELLS, pag. 549). Cosa non è questo, se non la ricerca dei meccanismi condivisi della costruzione dei significati? E, parafrasando Castells, cosa non è questo, se non un esplicito invito ad occupare il medium con i propri contenuti? Siamo all’inno alla comunicazione orizzontale, e il citato switch analitico sta nel passaggio dall’analisi del macropotere all’analisi dei meccanismi di costruzione del significato (a base del potere): se possiamo trasporre l’uguaglianza Galileo sta a Macropotere come Bohr sta a Costruzione-di-significato, possiamo ragionevolmente pensare che quest’ultimo possa incidere sulle dinamiche di potere sinora esposte; possiamo allora volgere uno sguardo meno disperato alle nostre Tecnologie di libertà. 2.2 La costruzione del significato Se la legittimazione del potere la si ha solo con il con-senso, fondamentale sarà allora possedere le leve culturali e massmediatiche, che permettano di costruire e proporre significati. Non è un caso che Castells affermi categoricamente che il potere è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione: dalla presa d’atto che la coercizione da sola non basta a stabilizzare il dominio, può derivare che “la forma fondamentale di potere consista nella capacità di plasmare la mente umana” (CASTELLS, pagg. XIX e segg.). L’importanza della costruzione del significato rifulge nel momento in cui iniziamo a condividere l’analisi secondo la quale gli ultimi decenni abbiano visto un progressivo cambiamento della natura stessa del sistema economico, da mero sfruttamento del lavoro dipendente a sfruttamento dei desideri dei consumatori, cioè da società dei produttori a società dei consumatori (BAUMAN, pag. 8). 26
  29. 29. Esaurita, almeno ad occidente, la possibilità di trovare nuovi mercati, atti a garantirne la crescita, il capitalismo ha compreso che “se ci sono poche necessità della vita reale da trasformare in prodotti, nell’iperrealtà ci sono un’infinità di simboli e una popolazione pacificata di consumatori di simboli” (RHEINGOLD, pag. 313). In queste frasi si sente odore di biopotere e biopolitica, capitalismo emozionale34 e interpretazioni aberranti: da una parte una produzione sempre più invasiva, sempre più basata sui desideri dei consumatori che sulle merci tradizionali, la costruzione di un (bio)potere che tenda a permeare tutti gli aspetti della vita dei singoli, con il conseguente pericolo, esplicitato da Foucault, “che la gente inscriva in sé il principio del proprio assoggettamento, [permeata com’è da un potere] che raggiunge le molecole degli individui, tocca i loro corpi e s’insinua nelle loro azioni e nei loro atteggiamenti” (RHEINGOLD, pagg. 302 e segg.), dall’altra la resistenza, la biopolitica, “che è la parole che sovverte la langue, che è produzione di eventi di libertà.. pulviscolo di strategie intessute di eventi e resistenze” (HARDT, NEGRI, pag. 69). Parole che sovverte la langue: esplicito il richiamo a de Saussurre: parole che è atto individuale, mero segno linguistico, mentre “la langue è l’aspetto condiviso del linguaggio e, quindi, collettivo, sociale” (TRAINI, pag. 25). Molto più sottesa, se non addirittura rovesciata, è la teoria delle decodifiche aberranti di Eco: qui non siamo in presenza di sistemi culturali che permettano al destinatario di sviluppare decodifiche (interpretazioni) non conformi al messaggio che l’emittente voleva trasmettere; qui esploriamo il ruolo decisivo del singolo individuo nella stessa costruzione del significato: stiamo passando da una forma di resistenza all’ipotesi di un reale contropotere. Ci stiamo avvicinando al regno dei prosumer: se è vero che “è nelle specifiche forme di connessione tra reti di comunicazione e di significato nel nostro mondo e reti di comunicazione e significato nel nostro cervello che è possibile, in ultima analisi identificare i meccanismi di formazione del potere” (CASTELLS, pag. XXI), allora è forse partendo da qui che si può ingabbiare quello che sino ad ora ho definito macropotere. 34 Il nuovo capitalismo intellettuale, infatti, non è più fondato esclusivamente sullo scambio di merci, ma si sviluppa e cresce prevalentemente sulla riproduzione di esperienze e di emozioni, sul valore economico dell’immateriale e dell’intangibile, sulla creatività. In AZZARITI, MASSARO, Il Capitalismo delle Emozioni, www.ferdinandoazzariti.com/files/media/IndiceIntroduzione.pdf 27
  30. 30. Non è certo un caso che molti autori sin qui citati esplorino i sentieri della semiotica35, alla ricerca del nesso tra digitale e nuove forme di contropotere. Rheingold cita la Scuola di Francoforte e la sua feroce critica alla comunicazione di massa, vista quale mezzo di manipolazione necessario allo sviluppo dell’industria culturale e della società dei consumi, e si spinge sino ai media iperrealistici di Baudrillard, “ultimo distillato del capitalismo, che vendono alla gente convinzioni, speranze e distrazioni.. generando profitti e, al contempo, neutralizzando le possibili resistenze dei consumatori” (in RHEINGOLD, pag. 313). Tinte fosche che richiamano la Megamacchina di Mumford, priva di qualsiasi riferimento etico, essenzialmente progettata per soddisfare le esigenze del sistema. Immagine alla Matrix, che a sua volta proietta nelle nostre menti gli algoritmi che sono ormai utilizzati da tutti gli agenti di borsa, aridi nel senso che sono progettati con l’unico scopo di massimizzare profitti e limitare perdite. ∆t = 0: esiste solo un mero presente. Megamacchine: automi estranei alla morale ed a qualsiasi politica, cioè ciechi a qualsivoglia progetto di società36. Ancora più deciso, sul terreno della ricerca di nuovi meccanismi di produzione di significato, è Castells: individui quali veri e propri taccagni cognitivi, che tendono a credere a ciò che vogliono credere, abituati a ragionare per “frame e narrazioni”, che giungono all’opinione pubblica per mezzo dei media di massa37 (CASTELLS, pagg. 169 e segg.). Sino a questo punto siamo ancora dentro all’analisi francofortese di Adorno e Horkheimer; siamo ancora davanti alla Megamacchina, anche se l’abbiamo ora dotata di fucile e delle silver bulletts dell’umana accidia. Qui si possono però inserire due considerazioni, sufficienti a far riprendere colorito alla nostra scossa autodeterminazione; la prima è, per così dire, psicologica: come detto, per Castells gli individui tendono a selezionare le informazioni che confermano le opinioni già acquisite; scelgono, cioè, tra quelle che favoriscono le decisioni che sono già inclini a prendere ma, per far ciò, si muovono sempre utilizzando 35 da esplorare la somiglianza tra lo schema proposto da Castells in Tab 2.1 di pag. 146, riguardante la tipologia dei modelli culturali, basati sui due opposti Individualismo/Comunalismo e Globalizzazione/Identificazione e il quadrato semiotico di Greimas, esplicitazione grafica della teoria per la quale un significato può darsi soltanto su basi oppositive. 36 Molto bella la provocazione di BERTORELLO e CORRADI (pag.78) per i quali gli algoritmi alla base dei titoli derivati complessi potrebbero essere pubblicati ed essere sottoposti al controllo di una folla digitale: una sorta di Linux della modellizzazione finanziaria. 37 Per frame, intendiamo una parte della sceneggiatura (quale “litigio violento, richiamato da due persone che iniziano a strattonarsi), una struttura di dati che serve a rappresentare una situazione stereotipata: in TRAINI, 2006, pag. 269 28
  31. 31. il ragionamento e l’emozione. E più sono forti le emozioni e sviluppata l’ansia, più acquisisce importanza il ragionamento. Più si è tranquilli e sicuri, più si è maggioranza silenziosa. Più si percepisce il pericolo che qualcosa possa turbare la nostra vita, più si è attenti al contesto in cui ci muoviamo e più siamo disposti a porger ascolto a quelle voci che prima sembravano solo rumore di fondo. La seconda considerazione parte proprio da questo punto, dall’attenzione alle voci, ed è collegata allo sviluppo dei social network: è indubbio che questi ultimi amplifichino la possibilità di diffusione di qualsiasi messaggio, sia da un punto di vista geografico-quantitativo38 che da un punto di vista del confronto e del conseguente affinamento dei propri frame e narrazioni39. Riprendendo Eco, Manuel Castells afferma che la possibilità di riprogrammare significati (non più solo reinterpretando i messaggi ma anche producendone di nuovi) richiama la maggior autonomia dell'individuo, la possibilità di immaginarsi e praticare stili di vita diversi e, in ultima istanza, prospettare e produrre forme diverse di potere40. Siamo ad un potere diverso, dalla faccia buona, creativa, siamo al potere dell’empowerment, siamo al posse della triade dell’umanesimo rinascimentale, esse, nosse, posse, al quale recentemente hanno fatto riferimento anche Negri ed Hardt per descrivere il “potere delle moltitudini”41. 2.3 Le moltitudini • Irrompe il digitale, trascinando seco la possibilità di globalizzare finanza ed economia; • si afferma la credenza del neoliberismo quale capolinea della storia; 38 E’ di grande importanza che un immaginario globale consenta, persino a chi è geograficamente immobile, di essere coinvolto nella politica globale .. avere visibilità in platee internazionali in quanto individui e collettività. (CASTELLS, pag. 185). 39 Agendo sui codici culturali che costruiscono i frame mentali, i movimenti sociali creano la possibilità di produrre un altro mondo.. si riprogrammano le reti di comunicazione che costituiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle immagini e informazioni, determinanti ultime delle pratiche individuali e collettive. (CASTELLS, pag. 526). 40 Ibidem, pag. 527 41 in FANARI, Segnali dal basso: partecipazione ed empowerment nel dilemma dello sviluppo, tesi UniFi, AA. 2000-2001. 29
  32. 32. • ma il digitale porta con sé anche la possibilità di disintermediare la nostra cultura, le nostre scelte e, radicalizzando il concetto, anche la nostra vita; • può essere quindi messa in discussione la struttura del potere come da noi conosciuta negli ultimi due secoli. Fascino e rischio dell’estrema sintesi: un tweet e mille obiezioni! Diamo per buona questa piccola ricostruzione, in parte avvallata da quanto detto sinora. Il passo successivo, la domanda spontanea, diventa: esiste una qualche forma/forza sociale in grado di dare concretezza a questa disintermediazione, incidendo, conseguentemente, su organizzazione economica e distribuzione del potere? Se esiste una Tecnologia di libertà, chi ha l’onóre e l’ónere di estrarre quella spada da quella roccia? Non sono in pochi ad affermare che, se lo spazio dei flussi è quello di un mercato globalizzato, che anela alla consunzione di uno stato sociale che limita i profitti privati, mercato per il quale esistono solo consumatori e dove tutte le altre unità-carbonio sono oggetto di ostracismo, siamo allora di fronte ad un mondo in cui lo stesso termine classe è rimosso, dove tutti sono sussunti nel mare magnum del consumo. Chi ne sta fuori, tutti quelli che non consumano, i clandestini, gli emarginati, i consumatori difettosi, non sono più nulla: sono un qualcosa di ben diverso dal sottoproletariato pasoliniano, comunque (sotto)classe, soggetto di diritti suo malgrado. Qui l’unica attenzione ad essi destinata è solamente quella legata alla gestione dell’ordine pubblico42. Chi fa vivere il many2many? Sono i consumatori che trasmettono il loro pensiero? L’hanno ancora, ubriacati, come sono, dai loro brand? Sviluppano contropotere o solo un suo simulacro? Eppur si move, direbbe qualcuno. Eppure il panorama sociale e politico non è da calma piatta. Anzi: uno, due decenni di disinfotainment43 (RHEINGOLD, pagg. 313-314) non hanno obnubilato del tutto le coscienze critiche. Non solo il web è permeato da contenuti antagonisti del pensiero unico, ma anche le piazze del pianeta, se pur discontinuamente, con modalità talvolta carsiche, si riempiono di corpi in aperta sfida all’ordine costituito. 42 Il consumismo è di per sé un mezzo significativo per mantenere l’ordine sociale, lasciando le vecchie forme di sorveglianza e di controllo ad occuparsi dei non consumatori: In RHEINGOLD, 2003, p. 299. Sempre questo autore cita Baudrillard: vendere convinzioni, speranze, distrazione genera profitti e pacifica e neutralizza possibili resistenze da parte dei consumatori. 43 “Ho imparato ad usare questa parola per descrivere la combinazione tra media sempre più spettacolari e la progressiva appropriazione e trasformazione del giornalismo da parte degli interessi legati all’industria dell’intrattenimento”. 30
  33. 33. Se la definizione dei movimenti alterglobali, data dal New York Times nel 2003, prima dell’inizio della seconda guerra del Golfo, definiti “seconda potenza mondiale” poteva sembrare allora un tantino forzata, la prima pagina del numero di dicembre 2011 di Time che elegge the protesters44 a personaggio dell’anno, pare, invece, riassumere molto bene un dato di fatto incontestabile. Alla domanda che ritorna chi sono? se ne aggiunge un'altra: esiste una differenza tra il 2003 e l'oggi? Il terzo capitolo di questa tesi proverà ad indagare, brevemente, sui protagonisti reali di queste primavere. Qui, invece, si vuole provare a fornirne un ritratto teorico. E, per farlo, cerchiamo aiuto nelle moltitudini di Negri e Hardt. Ad onor del vero, gli autori non descrivono una genesi della moltitudine: offrono ampia descrizione delle basi economiche, politiche e filosofiche della necessità della rivalutazione e riappropriazione del Comune, contrapposto sia alla proprietà privata che alla res-pubblica, si appoggiano alle definizioni di Foucault di biopotere e biopolitica, inserendoli, armoniosamente, all'interno della loro laica teleologia, descrivono il soggetto politico in grado di compiere la scalata al cielo.. ma non ne definiscono la genesi. Le caratteristiche ci sono tutte, ben spiegate, ma queste sembrano essere la logica conseguenza dell'umano essere, piuttosto che una reazione agli accadimenti degli ultimi decenni: un'evoluzione delle forme di antagonismo, necessaria a seguito dei fallimenti del secolo breve e/o indotta dai cambiamenti intercorsi a seguito della ipercitata frantumazione degli specchi, avvenuta ad opera degli user generated contents. Negri e Hardt si appoggiano alle ricerche socio/filosofiche di un giovane Kant, di un giovane ed umanista Marx e di Spinoza, per definire un attore sociale che non sia corpo politico, comunque ridotto ad un'unica volontà, (popolo, definendolo come Hobbes, classe, si direbbe oggi) ma corpo inclusivo, aperto agli altri corpi45 (HARDT, NEGRI, pag. 63). La cosa che appare strana è che il testo, pubblicato nel 2010, attinga scarsamente dalle analisi dei mutamenti sociopolitici indotti dall'avvento del digitale. A prescindere dalla sua genesi, il soggetto-moltitudine pare descrivere in modo soddisfacente la risultante dei processi di disintermediazione: “coloro che stanno 44 www.time.com/time/person-of-the-year/2011/; da rimarcare che the protesters vengono dopo Mark Zuckeberg person of the year 2010. 45 Ed anche: moltitudine non è soggetto politico fatto, ne è un programma, è un'orchestra in grado di produrre biopolitica, pur non avendo [né volendo] un direttore. 31
  34. 34. all’interno della produzione sociale indipendentemente dall’ordine della proprietà.. unico possibile soggetto della democrazia” (HARDT, NEGRI, pagg. 51 e segg.). Monadi aperte al mondo, tanto da essere definite altro rispetto alle identità, destinate, al massimo, a poter essere emancipate, bensì singolarità, costruite con i mattoni delle diversità, unico soggetto che possa autoliberarsi (HARDT, NEGRI, pagg. 335 e segg.). Autoliberarsi. Riappropriazione del Comune. Le tre caratteristiche del lavoro biopolitico: cooperazione, autonomia e organizzazione in rete. Esodo = sottrazione del lavoro dal rapporto di capitale = moderna lotta di classe. La tentazione di operare una sorta di sincretismo con altri pensieri qui presentati è fortissima. C’è incompatibilità tra l’esodo di Hardt/Negri con l’autoproduzione dei beni e l’area degli scambi non mercantili di Pallante e, in generale, con le ricette presentate da Latouche e dai propugnatori della Decrescita Felice? C’è contrasto tra i soggetti che possono autoliberarsi e l’Empowerment di Friedmann? Indubbiamente, qualche differenza la si può certo trovare: Friedmann, per esempio, reputa indispensabile un intervento della res-pubblica là ove le condizioni di precarietà economica e culturale impediscano agli “attori” di prendere meramente coscienza della possibilità di cambiare, cosa che mi pare assente dalle analisi di Hardt/Negri ed addirittura contestata nei testi di Latouche. Ma questi ragionamenti porterebbero altrove rispetto agli obiettivi della tesi. Da quanto esposto, pare invece emergere una convergenza tra pensatori di diversissima estrazione culturale e storia personale, pensatori che pongono al centro della loro analisi un soggetto estremamente somigliante: un soggetto che abbandona completamente lo stereotipo del popolo-bue (dell’operaio-massa, della maggioranza- silenziosa) e che vive di interazioni dirette con il prossimo e, così facendo, aumenta esponenzialmente la sua capacità di analisi.. e di indignazione. Latouche e Friedmann non propongono certo di rifondare il comunismo (quello non più totalizzante, massificante, proposto dagli autori di Comune) ma le ricette economiche proposte sono molto simili a quelle offerte dai due intellettuali francoitaliani46 e, come sostenevano i classici, cambiare la struttura è indispensabile per poter cambiare la sovrastruttura. 46 “oggi politici ed economisti vedono il comune fuori dai rapporti economici.. con il comune dentro l’economia, la crescita economica è crescita sociale”: HARDT, NEGRI, pag. 284 32
  35. 35. Un’altra cosa accomuna questi pensatori: tutti e quattro glissano alquanto sul contributo che la tecnologia digitale può e potrà offrire nel cambiamento dei paradigmi socioculturali (e politici). Anche qui, la tentazione di usare i testi dei sociologi-del- digitale, è forte: quando parliamo (e ne parleremo alquanto) di indignazione, quando parliamo di globalizzazione delle rivendicazioni sociali, parliamo solo della possibilità che le attuali generazioni hanno di poter usare un new global media? Il Web è solo un nuovo, enorme, potentissimo megafono? 2.4 Adhocracy e Social Long Tail In precedenza si è parlato di quanto il digitale abbia modificato alcuni aspetti del nostro modo di interagire col prossimo e, conseguentemente, con il mondo. Limitiamo ora il campo di indagine: se, alla pari degli spettatori di una partita di ping-pong, cercassimo di focalizzare l’attenzione, alternativamente, dapprima sui social-network e poi sulle manifestazioni sociali e politiche, potremo osservare che ad una indiscutibile perdita di appeal del pensiero forte e, significativamente, della forza di analisi, di proposizione e di mobilitazione sociale, legata alle ideologie otto-novecentesche, si sta via via sostituendo quella modalità di condivisione di idee47, progetti, semplici gusti, denominata Ad-Hocracy. Il provare a descrivere cosa questa sia dà già il senso, di per sé, di quanto questo termine (questo nuovo modo di condividere?) sia mutato, nel corso degli ultimissimi anni. Punto fermo è la definizione di Ad-hocracy quale tendenza a formare gruppi spontanei; ma, mentre in Rheingold, nel 2002, questa cooperazione è riferita a naviganti che utilizzano in questo modo la rete al fine di condividere il surplus della potenza di calcolo dei propri processori e focalizza l’attenzione, pertanto, sulla elaborazione distribuita, sul p2p (peer-to-peer) usato a fini quasi esclusivamente scientifici (RHEINGOLD, pagg. 135 e segg.), per Mezza e Pellegrini, nel 2007, solo cinque anni più tardi, la stessa locuzione si fa carico di un etimo socialmente e politicamente molto più denso: 47 “alimentando corrispondenze on line.. il testo contemporaneo ricostruisce, anche se in modo diverso e su scala infinitamente più vasta, la compresenza del linguaggio e del suo contesto vivente, caratteristica della comunicazione orale. Ancora una volta sono i criteri che cambiano. Si fanno simili a quelli del dialogo e della conversazione..” (LEVY, pag. 29) 33
  36. 36. “il modello per il quale, in base al contenuto che mi serve in quel momento, mi faccio autore o consumatore, singolo o platea, individuo o comunità” (MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 80). Il farsi comunità del 2007 è un qualcosa che è ormai uscito dai laboratori universitari della west coast. Le comunità del 2007 sono quelle che si avviano ad essere tanto mature e consapevoli di sé da ri-mettere in discussione la contemporanea distribuzione del potere? Sono comunità che, radicate sul territorio o attorno ad una mission, o su entrambi questi fronti, possono riempire di contenuti pesanti l’insostenibile leggerezza del postmoderno? Sono loro l’antidoto al biopotere? Possibile che Marx e Vangelo siano sostituiti dall’I like di Facebook? Forse no, se intendiamo la ragione profonda, il Pensiero, che spinge giovani e meno giovani ad aderire alle varie cause; molto probabilmente sì, se intendiamo un nuovo modo di aggregarsi attorno a questi coaguli di senso, modo che, sempre più spesso, induce ad uscire dalle piazze virtuali per incontrarsi (e farsi contare) nelle piazze reali. Due possono essere le peculiarità da rimarcare: • la forma: un digitale che, disintermediando, crea un nuovo modo di stare assieme; • la sostanza: un digitale che permette di aggregare moltitudini anche attorno a micro problemi; una Social Long Tail che consente ad una pletora di timidissimi millennium-attori, figli orfani di genitori smarriti nelle nebbie delle sconfitte del novecento, di fare contropotere. Per quel che riguarda il primo punto, occorre precisare che se è vero che digitale e social network non eliminano la figura del leader dalla faccia della terra, di sicuro ne cambiano ruolo e legittimazione: per spiegare le modalità di decisione dei ragazzi di Zuccotti Park occorre andare oltre, forse occorre rispolverare alcune ricerche antropologiche, “il Big Man melanesiano, capo condannato a non essere obbedito ed ascoltato, il potere impotente delle chefferies delle società acefale, società politicamente strutturate pur in assenza di forme di potere riconducibili a un apparato istituzionale... ma, soprattutto, l’immagine di un potere buono, in cui i capi hanno l’obbligo di dimostrare sempre l’innocenza della loro funzione.. dove il potere deve sempre giustificarsi e richiedere il consenso e permettere una notevole dose di reciprocità” (in FANARI, pag. 71). E’, per questa via, tornando al Mi piace del web 2.0, che 34
  37. 37. ci si rende conto di quanto oggi possa stare stretta la tripartizione di Weber del potere/herrschaft, potere legittimo, istituzionale48. Se, giocando con il significato datone da Bologna e Banfi nella loro Vita da freelance, difficilmente i no-collar si faranno rimettere il collare, tutto da vedere, da stabilire, è se la Social Long Tail riuscirà a trasformarsi in un qualcosa di diverso: se rimarrà sempre tale, cioè una collezione di pezzi di stoffa oppure se queste andranno a comporre un patchwork di microazioni di contropotere, sufficienti a modificare la distribuzione del Potere; o, ancor più rilevante, se il dispiegarsi delle moltitudini riuscirà a tessere una trama così sottile da non vedersi la cucitura49 , rielaborando, per questa via, vecchi ideali o tessendone di nuovi. L’unica cosa che pare assodata è che, per il momento, ammesso che esistano vecchi maestri, non esiste un uditorio disposto a riconoscersi in una classe. Più in là nel tempo, forse. Non oggi. Il fallimento delle ricette novecentesche pensate per porre un argine al potere del capitale ha lasciato dietro di sé macerie sociali e fantasmi in cerca di (nuova?) identità. C’è bisogno di rielaborazione, di analizzare mutate strutture ed evanescenti sovrastrutture. E di un soggetto sociale in grado di gestire il potere di cambiamento che dovrà giocoforza essere al centro di queste nuove elaborazioni. A ben guardare, questo nuovo soggetto politico forse c’è già ed è già abbastanza accreditato, tanto da meritarsi il già citato titolo di personaggio dell’anno 2011. Occorre allora scendere nella piazze, nelle ksabi e nelle banlieues, per provare a dare la risposta all’ultimo quesito posto: c'è differenza tra “voi G8, noi 6 miliardi” e “siamo il 99%”50? Cosa diversifica il movimento di oggi da quello del 2001? Siamo in presenza di un diverso uso delle tecnologie digitali? Abbiamo oggi un impatto diverso sulle strutture di potere? 48 Tradizionale, carismatico e razionale-legale; è soprattutto quest'ultima accezione che deve essere ampliata e modernizzata: basti pensare al concetto di governance. 49 dal testo della canzone di Max Manfredi, citata in dedica. 50 I due slogan caratterizzanti, rispettivamente, le manifestazioni di Genova 2001 e New York 2011 35
  38. 38. Cap. 3 - Le piazze del 2011 Sommario: 1. Il panopticon rovesciato: da Seattle a Genova. - 2. L’indignazione: il grado zero di Spinoza. - 3. Kifaya. - 4. Legami deboli. - 5. Tweetnadwa. - 6. L’occidente, tra Islanda e singles. 3.1 Il panopticon rovesciato: da Seattle a Genova. Come il 2011 non è paragonabile ad un fungo sbucato nel Sahara, così anche il movimento che ha avuto il suo culmine negli anni 2001-2003, non è stato evento a sè stante, isolato. La seconda potenza mondiale indicata dal NYT aveva già, alle sue spalle un’enormità di ore di estenuanti riunioni e di mobilitazioni di piazza. In Italia, l’Umbria delle marce della/per la pace di Capitini, ma, soprattutto, Genova con le sue mobilitazioni contro la mostra navale bellica (1982), quelle contro un’acritica ricorrenza dei 500 anni della scoperta dell’America (1992) e la manifestazione contro l’esposizione Tebio del maggio 2000, pro-OGM, avevano già disegnato la base di una serie di rivendicazioni socio-economiche che, mentre saldavano rivendicazioni pacifiste e ambientaliste alle prime riflessioni no-global, avevano al loro centro non più la storica classe operaia, ma un inedito potpourrì di partiti, associazioni, intellettuali e gente comune, ideologicamente variegati, accomunati dalla convinzione che le politiche planetarie liberiste avrebbero portato alla fine della democrazia, se non del pianeta stesso. Non cattocomunisti, nel senso di sia-cattolici-che-comunisti, ma soggetti uniti dall'importanza data a termini quali solidarietà, cooperazione, ambiente, giustizia, diritti umani e sociali, se pur declinati in modo diverso. Sono gli ultimi anni del ’90 che obbligano questi soggetti a cercare un vocabolario comune, un minimo comun denominatore tattico e, col passare del tempo, anche strategico. Se escludiamo il suo mero iniziale utilizzo, qui il digitale non è ancora entrato: forse le mail; forse le mailing list; siamo alla sola possibilità di amplificare la notizia, di espandere geograficamente il bacino di utenza delle affinità elettive. Seattle e la sua protesta contro il WTO, 1999, è forse l’ultima figlia di questa era e le modalità con le quali essa è assurta agli onori della storia, son lì a dimostrarlo: le persone, le associazioni, i sindacati che cingevano d’assedio lo Sheraton hotel, non erano un 36
  39. 39. unicum ma un insieme estremamente eterogeneo di rivendicazioni, talvolta in aperta contraddizione tra loro. Sarà l’osannato “Spirito di Genova” a rappresentare lo spartiacque culturale dell’opposizione alle politiche liberiste, a dividere il secolo breve dal 2000, a far uscire le rivendicazioni sociali dal monopolio sindacale: non è un caso che siano stati solamente FIOM e sindacalismo di base ad aderire alla metaorganizzazione Social Forum. Lo Spirito di Genova nasce nel dicembre 1999, ad opera di una piccola organizzazione pacifista che lancia (anche via mail) un appello, al quale rispondono alcune singole persone variamente occupate nel sociale, in partiti ed organizzazioni della sinistra genovese51. Sarà la Rete Contro G8: madre di quello che, dopo la ricerca di consensi internazionali avvenuta in seno al primo Forum Social Mundial di Porto Alegre 2000, diverrà il Social Forum, organizzatore delle iniziative dell’estate 2001. Non è compito di queste pagine ripercorrere la genesi di questo movimento. E’ però pertinente agli obiettivi assegnatici il vedere quanto questo movimento sia frutto della digital anthropology e delle analisi teoriche degli autori qui proposti. E’ in questo senso che possiamo affermare con sicurezza che questo movimento nasce certamente con il contributo delle libertà di coscienza, liberate, attualizzate, dalla disintermediazione digitale, dalla rottura degli specchi, per intenderci, visto che è farcito di soggetti attivatisi anche in contrasto con le posizioni ufficiali delle loro organizzazioni di provenienza. Sarà solo in seguito, dopo che l’iniziativa assurgerà alle cronache cittadine e nazionali, diventando vetrina mediatica, che alcune di queste organizzazioni recupereranno l’adesione al Forum. Possiamo pure dire, con altrettanta sicurezza, che il Social Forum, alla pari dei movimenti del 2011, non sembra essere l’espressione di quella che Hardt e Negri definiscono e descrivono come moltitudine, almeno se intesa nel suo senso compiuto: qui non siamo alla riproposizione delle forme di resistenza al franchismo propugnate dal movimento anarchico degli anni ‘30, non siamo all’orchestra senza direttori d’orchestra; nel Social Forum, anche nella sua prima fase, quella della sua nascita, della sua composizione quasi esclusivamente genovese, senza nazionali, esistevano direttori d’orchestra; solo che questi riconoscevano la necessità di giungere a soluzioni 51 sostanzialmente, Centro di DocumentAzione per la pace, i centri sociali aderenti alla linea delle tute bianche, Lilliput, Prc, Arci 37

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